Bibliografia
Biografie di don Zeno
Una vera biografia e una storia di Nomadelfia, a oggi, non sono state ancora scritte. Il ritratto più completo della figura di don Zeno Saltini e della sua comunità è indubbiamente quello offerto dai due volumi di Remo Rinaldi, Storia di don Zeno e Nomadelfia, Nomadelfia Edizioni, Roma, 2003 che tuttavia più che una biografia può essere intesa come un’analitica cronaca biografica nella quale si colgono a fatica gerarchie tematiche e chiavi interpretative di carattere storiografico. Peraltro, l’imponente lavoro si basa sostanzialmente sulla ricca documentazione dell’archivio della comunità, con i limiti che naturalmente un’unica fonte pone. Rinaldi realizza qualche anno dopo una versione più sintetica e divulgativa – che rinvia al volume precedente per il ricco corpus documentario – con il titolo Il profeta di Nomadelfia. Don Zeno Saltini, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (Milano), 2008.
L’opera che meglio riesce a contestualizzare, storicizzare e leggere la biografia di don Zeno nel suo tempo, e inquadrare l’esperienza di Nomadelfia nel quadro dell’Italia del dopoguerra e delle trasformazioni politiche, sociali, culturali italiane e locali, è il volume a più voci curato da Maurilio Guasco e Paolo Trionfini Don Zeno e Nomadelfia. Tra società civile e società religiosa, Morcelliana, Brescia 2001 (sebbene anch’esso faccia quasi esclusivamente riferimento alla documentazione presente nell’Archivio di Nomadelfia). In particolare, per quanto riguarda gli anni della sua formazione, si vedano i saggi di Bruno Andreolli, Dalla famiglia patriarcale alla famiglia di vocazione e di Remo Rinaldi, Persone e ambienti nella formazione di don Zeno. Lo stesso Guasco quadro ha realizzato un’utile sintesi di inquadramento e contestualizzazione della figura di don Zeno nel saggio Don Zeno, in Enrico Galavotti, Federico Ruozzi (a cura di), In santità ostinata e contraria. Don Zeno e i matti di Dio, il Mulino, Bologna, 2018.
Un ritratto asciutto e misurato della vita di don Zeno Saltini si trova nel volume che gli ha dedicato Paolo Trionfini, Zeno Saltini. Il prete che costruì la città della fraternità universale, ITL, Milano, 2004, che mette in luce sia i caratteri di “provocazione” rispetto alla società e alla Chiesa del dopoguerra, sia di anticipazione delle tematiche conciliari e dei problemi di assistenza e intervento dello Stato sul piano della povertà e dell’abbandono dell’infanzia. Sono poi diversi i volumi che raccontano in modo divulgativo – e con tratti molto spesso celebrativi – la figura di don Zeno. È il caso di Giuseppe Morselli, Dalla parte dei poveri (Don Zeno Saltini) (Mundici e Zanetti, s. l., s. d. [ma 1981]), un giornalista che ha conosciuto il sacerdote e di cui ricostruisce la vicenda biografica, concentrandosi soprattutto sugli anni di Nomadelfia a Fossoli. Oppure della ricostruzione di Mario Sgarbossa, Don Zeno … e poi vinse il sogno, Città Nuova Editrice, Roma, 1999 che ripercorre la vita del sacerdote di Fossoli utilizzando soprattutto le sue parole e le molte interviste concesse. I vari volumi sono costruiti in modo abbastanza ripetitivo e strutturati su alcune tappe e momenti classici, a partire dal peso della famiglia e del territorio (sulla storia del comune di Fossoli si veda Dante Colli Una terra chiamata Fossoli in Id., Lûs e ômbri. Storie da non perdere, Il Portico, Carpi 2004). Il volume di Vittoria Fabretti, Don Zeno di Nomadelfia (Edizioni Messaggero Padova, Padova, 1984), che fa parte della collana “Figure della Chiesa”, ha il carattere di racconto esemplare ed è costruito in forma narrativa. Decisamente romanzato e concentrato sul periodo di Grosseto (e con alcuni riferimenti alle vicende precedenti) Patrizio Zanti, L’uomo dei miracoli. Giorni a Nomadelfia. Storia, romanzo, fiaba, Ibiskos Editrice, Empoli, s. d. [ma 1988]. Solo in parte romanzata, invece, la biografia di Domenico Campana, Zeno di Nomadelfia. Un profeta scomodo (nota introduttiva di Nilde Iotti, Edizioni paoline, Milano, 1991) in gran parte incentrata sulla formazione di don Zeno e sull’esperienza di Fossoli. Il volume fa parte della collana “Uomini e donne” che raccoglie figure del pensiero e dell’impegno religioso, o che a esso possono essere ricondotte, e in gran parte del Novecento (come don Milani, Edith Stein, Giorgio La Pira, Mario Calabresi, Giorgio Frassati, Michele Pellegrino, ecc.). Angelo Virgilio Galli, “Qualcosa del padre…”, Mucchi Modena, 2000 scrive invece una lunga biografia del sacerdote “dall’interno”, essendo entrato a Nomadelfia nel 1949 e avendo partecipato alla storia della comunità per quasi trent’anni.
Interessante la biografia del nipote del sacerdote, Antonio Saltini (Don Zeno. Il sovversivo di Dio, Edizioni Calderini, Bologna, 1990) perché, pur nell’ambito celebrativo che caratterizza questo tipo di opere, non è privo di riflessioni critiche e originali sull’opera di don Zeno. Un ritratto biografico a carattere giornalistico è quello di Mario Pancera, I nuovi preti, Sperling & Kupfer Editori, Milano, 1977 che colloca don Zeno tra le altre otto figure di sacerdoti “contro” (Ernesto Buonaiuti, Primo Mazzolari, Lorenzo Milani, Enzo Mazzi, Giovanni Battista Franzoni, Ernesto Balducci, Ambrogio Valsecchi, Giulio Girardi) i quali a suo modo di vedere hanno contribuito a cambiare la Chiesa nel Novecento e hanno avuto un grande peso nell’azione materiale e spirituale del mondo cattolico. Gianni Ciceri, Edmea Gazzi (a cura di), Zeno. Un’intervista, una vita. Don Zeno Saltini racconta la sua vita e quella di Nomadelfia, Libreria editrice fiorentina, Firenze, 1986 costituisce invece una sorta di autobiografia (dalla nascita fino al 1961), trattandosi del materiale trascritto e riadattato raccolto per un progetto cinematografico del regista Giuseppe Fina. In forma di autobiografia è anche costruito il volume Fausto Marinetti, Don Zeno, obbedientissimo ribelle, La Meridiana, Molfetta, 2006. Aiutante e confidente di don Zeno – secondo le parole dell’autore – dal 1969 al 1979, Marinetti costruisce un racconto utilizzando testi e documenti di don Zeno e Nomadelfia (ma “la fedeltà è al contenuto più che alla forma”, p. 17). Brevissimi capoversi di inquadramento del periodo storico introducono parte dei capitoli, non offrendo però maggiore respiro a una storia complessivamente interna al protagonista e a Nomadelfia.
Mario Pecoraro, Gianfranco Guaitoli, Sandro Bellei, Dizionario biografico dei carpigiani del Novecento. Da Alfredo Bertesi a don Zeno Saltini, Il fiorino, Modena, 1999 gli dedica una voce (m. p. Saltini Zeno) in cui è scritto che “è senza tema di smentita la personalità più vigorosa espressa dalla città nel nostro secolo” (p. 181). Nello stesso dizionario si veda la voce sulla sorella di don Zeno (m. p., Saltini Marianna). Zeno e Marianna sono analogamente ricordati e affiancati nelle due voci che gli dedica Remo Rinaldi nel volume di profili curato da Elio Guerriero, Testimoni della Chiesa italiana. Dal Novecento ai nostri giorni, San Paolo, Cinisello Balsamo, 2006 (dove il sacerdote viene ricordato come “uno dei grandi preti d’avamposto della stagione preconciliare, è anche il più misconosciuto”). Anche Alberto Barbieri (Carpigiani Illustri, Modena, S.T.E.M. – Mucchi, vol. I, 1973) colloca don Zeno tra le figure rilevanti della storia della cittadina emiliana ma gli dedica un rapido cenno, concentrato soprattutto sul 1949, quando Nomadelfia diventa nota a livello nazionale ma inizia ad avere problema nella individuazione delle risorse per vivere. Si vedano anche le voci p. t. [Paolo Trionfini], Saltini Zeno, in Marika Losi, Fabio Montella, Claudio Silingardi (a cura di) Dizionario Storico dell’antifascismo modenese, vol. 2, Biografie Unicopli, Milano, 2012 che coniuga in modo equilibrato gli aspetti di protesta sociale e politica nella figura del sacerdote carpigiano; Maurizio Naldini, Don Zeno Saltini, in I grandi di Modena. Repertorio alfabetico di personaggi illustri dal 1800 a oggi, a cura di Mauro Tedeschini, Poligrafici Editoriale, Bologna, 1992. La voce Saltini Zeno è presente anche nel personalissimo Dizionario del Novecento di Enzo Biagi (Rai Eri-Rizzoli, Milano, 2001, pp. 295-296), che restituisce un breve e affettuoso ritratto biografico, a partire dalle “massime” del sacerdote “che pensava da cristiano e fu perseguitato come comunista” (p. 295). La voce Saltini, Zeno di Luigi Paganelli nel Dizionario storico del movimento cattolico (Aggiornamento 1980 – 1995, Marietti, Genova, 1997) dedica uno spazio limitato all’esperienza di Nomadelfia, non privo di uno sguardo critico alla sua discutibile gestione finanziaria e all’attività politica. La voce Saltini Zeno compare anche nell’opera Mondo Cattolico, a cura di Luigi Cambise, Editrice “Domani”, Roma, 1952 il cui ambizioso obiettivo è dare il quadro completo della Chiesa cattolica nelle sue gerarchie, organizzazioni, missioni e anche figure sacerdotali.
Breve biografie sono anche quelle di Alberto Melloni, Il padre buono di Nomadelfia, in I cristiani in Italia, Nord, vol. 3, Cinisello Balsamo, S. Paolo, 1996; Agostina Toscani Facchini, Da San Giacomo a Nomadelfia, in Fatti e figure della Mirandola, Edizioni “Al Barnardon”, Mirandola, 2000; Enrico Pizzi, Don Zeno Saltini (1900-1981) il padre di Nomadelfia, in Riccardo Bigi (a cura), Uomini di Vangelo. Preti di Toscana del Novecento, Edifir, Firenze, 2003. Un breve profilo di don Zeno si trova in Giorgio Torelli, Se molti uomini di poco conto… in molti posti di poco conto facessero cose di poco conto la faccia della terra potrebbe cambiare, E.M.I., Bologna, 1974 (che raccoglie articoli comparsi sul settimanale “Epoca” tra cui, appunto, La proposta di don Zeno del 1972). Si vogliono caratterizzare invece come una sintesi dei valori che ha incarnato il sacerdote più che come una scheda biografica le pagine che gli dedica Pietro Addante, I testimoni dell’amore. Uomini e donne per il 2000, Spes, Milazzo, 1999. Una biografia per immagini, progettata e realizzata dal fotografo Beppe Lopetrone (abbandonato a pochi mesi e cresciuto a Nomadelfia) nel centenario della nascita del sacerdote, è Don Zeno 100Anni, Nomadelfia Edizioni, Grosseto, 2000. Il volume è composto da 380 fotografie, da brani dei testi di don Zeno e da alcune testimonianze (i monsignori Giovanni Battista Re e Gianfranco Ravasi, il cardinale Carlo Maria Martini, il giornalista Enzo Biagi, l’ex presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, Ludovica Albertoni figlia di Maria Giovanna, l’ex direttore generale della Rai Ettore Bernabei). Su Lopetrone si veda anche Luca Panaro (a cura), Beppe Lopetrone moda e celebrità, APM edizioni, Reggio Emilia 2009 che sottolinea il ruolo attribuito da don Zeno alla fotografia nella rappresentazione e nel racconto pubblico di Nomadelfia, anche grazie alla figura di Ivo Meldolesi, celebre fotografo dell’Ansa, chiamato dal sacerdote a “fare scuola” di fotografia, tra gli altri appunto a Lopetrone.
Una breve sintesi biografica dopo la sua morte concentrata sull’ostilità verso il fascismo e il ruolo avuto nella lezione seguita dai Piccoli Apostoli nella Resistenza è quello di Ilva Vaccari, Ricordo di don Zeno, in “Rassegna di Storia dell’Istituto Storico della Resistenza in Modena e Provincia”, Nuova Serie, aprile 1981. La stessa autrice ne ricostruisce il profilo biografico e lo inserisce a pieno titolo tra le figure che hanno segnato l’opposizione al fascismo nel Modenese (il titolo del capitolo a lui dedicato è “Il precursore”) nel volume Il tempo di decidere. Documenti e testimonianze sui rapporti tra il clero e la Resistenza, prefazione di Arrigo Levi, CIRSEC, Modena, 1968. Tra i molti ritratti apparsi dopo la sua scomparsa vale la pena ricordare Domenico Mondrone, Don Zeno Saltini e l’«utopia» di Nomadelfia, in “La civiltà cattolica”, a. 132, 3138, 21 marzo 1981 (poi ripreso nel volume dello stesso autore I santi ci sono ancora, vol. VII, Centro Editoriale Pro Sanctitate, Roma, 1982) perché rivolto a un tema molte volte richiamato anche in seguito, ossia quello dell’utopia, ossia del tentativo di far rivivere il Vangelo nel XX secolo e per questo sempre alla ricerca di un equilibrio tra ribellismo e obbedienza.. A 25 anni dalla morte, viene ricordato, concentrandosi sull’idea dell’utopia realizzata e in un racconto quasi esclusivamente dedicato agli anni di Fossoli, da Piersandro Vanzan, Don Zeno e Nomadelfia: la genialità dell’amore, in “La civiltà cattolica”, a. 157, 3751, 7 ottobre 2006 (del quale si veda anche, sullo stesso registro, Operai nella vigna del Signore. Preti e vescovi santi, Edizioni Pro Sanctitate, Roma, 2010). Il tema dell’utopia è anche al centro della breve analisi che gli dedica Luciano Nicastro, Il socialismo “bianco”. La via di Mounier, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2005. L’autore inserisce don Zeno tra le figure del socialismo “alternativo”, insieme a Carlo Rosselli, Adriano Olivetti, la sinistra cristiana e i cattolici socialisti di Livio Labor. Il sacerdote carpigiano è considerato qui come il portatore di un’utopia socialista cristiana, una sorta di forma di nuova vita sociale in Italia, collegata alla lezione di don Mazzolari e don Milani. Il fondamento comune è la fraternità universale che può collegare l’esperienza cristiana con quella socialista, rifiutando il marxismo ma recuperandone le esperienze socio-politiche.
Anche la sorella di don Zeno, Marianna conosciuta come Mamma Nina, sceglie la strada religiosa e fin dagli anni Trenta aiuta bambini e soprattutto bambine abbandonate, dando vita nel 1938 all’ordine di S. Francesco e alla Casa della Divina Provvidenza a Carpi. I suoi ricordi, dopo la morte, sono stati raccolti e pubblicati da Giovanni Saltini, Ricordi di Mamma Nina, Modena, Edizioni Paoline, 1958 (poi ristampato fin dal 1960 con il titolo Mamma Nina). I legami con il fratello rimangono stretti e per esempio negli anni Trenta Mamma Nina chiede a don Zeno di organizzare presso la Casa della Divina Provvidenza un corso di esercizi spirituali per prostitute (Dante Colli, Al côr di carpsân. Voglia di essere voglia di fare, Il Portico, Carpi 2005, p. 69). Tra i pochi scritti non meccanicamente apologetici, si veda Ermenegildo Manicardi, Paolo Trionfini, Mamma Nina. La santità in una maternità più grande, EDB, Bologna, 2010. Nel volume Maria Cristina Buzzega, Mamma Nina e la sua opera. Un caso di cristianesimo popolare del Novecento, EDB, Bologna 2013 sono contenute cinque lettere al fratello. D’altra parte, don Zeno ha scritto migliaia di lettere nel corso della vita, conservate presso l’Archivio di Nomadelfia, e diversi carteggi meriterebbero una trattazione autonoma. Una selezione, che restituisce solo in parte la ricchezza della vita epistolare del sacerdote e che si concentra sui passaggi più significativa dell’esperienza sacerdotale, spirituale e comunitaria, è pubblicata nei due volumi (che coprono rispettivamente gli anni 1900-1952 e 1953-1981) Don Zeno Saltini, Lettere da una vita, Edizioni Dehoniane, Bologna, 1998.
Sulle enciclopedie il lemma “Zeno Saltini” compare per la prima volta sul Dizionario Enciclopedico Italiano, vol. X, Istituto della Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani, Roma, 1959. La voce è presente nella maggior parte delle enciclopedie successive, tra cui si possono ricordare: Enciclopedia Pomba per le famiglie, Utet, Torino, vol. 5, 1965; Vittorio Telmon, Zeno Saltini, in Grande dizionario UTET, Torino, 1968; Sira Serenella Macchietti, Saltini Zeno, in Enciclopedia Italiana della Pedagogia e della Scuola, diretta da Michele Federico Sciacca, Armando Curcio Editore, Roma, 1970; Saltini, Zeno, in Moderna Enciclopedia Rizzoli, vol. XVI, Rizzoli, Milano, 1977; La nuova enciclopedia universale, Garzanti, Milano, 1982; Enciclopedia Motta, vol. XIV, Federico Motta Editore, Milano, 1991; Dizionario Enciclopedico Melzi. Cultura, Vallardi, Milano, 1994; Enciclopedia del Cristianesimo. Storia e attualità di 2000 anni di speranza, De Agostini, Novara, 1997; Enciclopedia biografica universale, vol. XVII, Istituto della enciclopedia italiana, Gruppo editoriale L’Espresso, 2007. La voce Zeno Saltini compare anche in Maurizio Schoepflin, Nell’impegno l’esempio. Piccolo Dizionario del Movimento Cattolico, MCL, Arezzo 2006
I Piccoli Apostoli
Un racconto analitico dell’attività di don Zeno tra le due guerre è svolto da Remo Rinaldi nel primo volume di Storia di don Zeno e Nomadelfia, cit. ma tutte le biografie dedicano una parte consistente all’attività del sacerdote nel territorio carpigiano negli anni Venti e Trenta, nonché alle esperienze che in qualche modo sono sempre interpretate alla luce di ciò che sarebbe stata Nomadelfia, in particolare la vicenda dei Piccoli Apostoli.
Negli anni Venti Zeno Saltini è attivo a Carpi nell’Azione cattolica come presidente della Federazione Giovanile carpigiana e dal 1924 come presidente della Federazione Universitaria Cattolica Italiana (Fuci). Una ricostruzione locale delle vicende dell’organizzazione cattolica in questo periodo è stata operata da Luigi Paganelli, Storia della Fuci in Modena, manoscritto, in Archivio del Centro “Francesco Luigi Ferrari” di Modena e Id., I Cattolici e l’Azione Cattolica a Modena durante il fascismo dal 1926 al 1945, Mucchi e Sias Editori, Modena, 2005). Nel 1924 il Consiglio federale della Gioventù Cattolica approva la proposta di Don Zeno di dare vita al quindicinale “L’Aspirante”, che ha un notevole successo, diventando in seguito il giornale ufficiale delle sezioni aspiranti italiane, e che lo mette in contatto con don Alberione (sui loro rapporti, cfr. Mario Sgarbossa, Giacomo Alberione. «Una meraviglia del nostro secolo» (Paolo VI), Edizioni Paoline, Milano, 2000). Zeno è particolarmente attivo in questi anni nell’Oratorio “Beato Bernardino Realino di Carpi (i suoi aderenti vengono ricordati come “realini”), diretto da don Armando Benatti, sul quale si veda Luigi Benetti, Il Canonico Don Armando Benatti, Tip. Pivetti, Mirandola, 1987. Sull’esperienza dell’Oratorio si veda soprattutto A. Gelli, R. Gherardi, Nel segnodella libertà. Il contributo dei cattolici alla Resistenza nella diocesi di Carpi, Piemme, Casale Monferrato, 1985. L’Oratorio svolge una significativa attività sociale, in particolare il giovane Zeno viene colpito dall’idea di assistere i minori come alternativa al carcere, idea in realtà interrotta dalla sospensione di tutte le attività per problemi economici, e poi dalla sua liquidazione nel 1928, ma anche per il suo ruolo potenzialmente alternativo dell’oratorio inviso alle gerarchie ecclesiastiche. A queste iniziative partecipa attivamente Odoardo Focherini, con un interesse specificatamente indirizzato verso l’Azione cattolica, lo scoutismo e soprattutto la stampa: oltre alla sua successiva collaborazione con “l’Avvenire” va ricordato il numero unico Cuor di giovani realizzato nel 1931 per l’ordinazione sacerdotale di don Zeno. La sua esperienza e i suoi rapporti con don Zeno sono ricostruiti da Giacomo Lampronti, Mio fratello Odoardo, L’Avvenire d’Italia, Bologna, 1948, da Olga Focherini, figlia di Odoardo, in “Questo ascensore è vietato agli ebrei”, EDB, Bologna 2015 e da Giorgio Vecchio, Un Giusto fra le nazioni. Odoardo Focherini (1907-1944). Dall’Azione Cattolica ai lager, EDB, Bologna, 2012. Si veda anche Ernesto Preziosi, Zeno Saltini e l’Azione Cattolica, in Maurilio Guasco, Paolo Trionfini (a cura di), Don Zeno e Nomadelfia. Tra società civile e società religiosa, Morcelliana, Brescia 2001.
Per il periodo tra le due guerre, Luciano Caimi (La formazione dell’«uomo nuovo» nel cattolicesimo italiano del Novecento. Esperienze, figure e problemi dagli inizi del secolo al Concilio, in “Annali di storia dell’educazione e delle istituzioni scolastiche, n. 9, 2002) parla di don Zeno come una di “militante-apostolo” che si forma nell’ambito della Gioventù dell’Azione Cattolica, accostandolo a don Giovanni Rossi, maggiormente rivolto a un progetto di evangelizzazione. Quella di don Zeno, secondo Caimi, è un’esperienza di formazione spirituale e sacerdotale, incardinata prevalentemente nei Piccoli Apostoli, in cui domina “un profondo spirito di condivisione, di solidarietà, di servizio reciproco” (p. 134) e che rimane un luogo esemplare per quel cambiamento di civiltà che il sacerdote di Fossoli disegna nel suo percorso di costruzione di un “popolo nuovo”, inserendosi nei quadri del cattolicesimo più avanzato nel periodo.
L’esperienza degli anni Venti dell’Oratorio realino è significativamente collegata, per cultura e obiettivi, alla nascita dell’Opera Piccoli Apostoli nel 1934, accompagnata dal settimanale parrocchiale “L’Apostolo” che don Zeno realizza e distribuisce dalla metà del 1932 e sul quale racconto la genesi e le caratteristiche di quella che chiama “L’Opera dei quattro F. (fame, freddo, fumo, fastidio)” (Remo Rinaldi, Storia di don Zeno e Nomadelfia, cit., p. 177 che naturalmente dedica molte pagine a questa vicenda). Sulla nascita dell’Opera si vedano anche le pagine che gli dedica Luigi Paganelli, I Cattolici e l’Azione Cattolica a Modena durante il fascismo dal 1926 al 1945, Mucchi e Sias Editori, Modena, 2005. Accenni alle ragioni per le quali fonda l’Opera Piccoli Apostoli si trovano nel colloquio con Elio D’Aurora, Fatima salvezza del mondo, Edizioni Messaggero, Padova, 1966. Una breve sintesi sulla nascita dei Piccoli Apostoli e della successiva trasformazione in Nomadelfia si veda anche in Gregorio Penco, Storia della Chiesa in Italia, vol. II, Dal Concilio di Trento ai giorni nostri, Jaca Book, Milano, 1977. Della presenza nel 1939 dello scrittore di origine ucraina Nicola Sementovsky-Kurilo nella comunità dei Piccoli apostoli parla Mario Sgarbossa, Storie d’amore e di guerra dal Piave ai Ronchi di Brescia, Ancora editrice, Milano, 2014.
Nel saggio di Angela Nazzaruolo, Il governo locale a Carpi (1921-1939) [in L. Bertuccelli, S. Magagnoli, (a cura di), Regime fascista e società modenese. Aspetti e problemi del fascismo locale (1922-1939), Mucchi, Modena, 1995] sono ricostruite le condizioni di povertà e disoccupazione a Carpi a cavallo tra gli anni Venti e Trenta che aiutano a comprendere le ragioni della diffusione dell’assistenza privata e cattolica nonché della nascita dell’Opera Piccoli Apostoli. D’altra parte le prediche e le forme di aggregazione che don Zeno propone non sono l’espressione di una posizione politica e consapevolmente antifascista, non sono “l’embrione di una presenza organizzata dei cattolici” ma di “un’iniziativa a carattere religioso e genericamente sociale” (Franca Gorrieri, La Resistenza nella Bassa Modenese, Teic, Modena, 1973, pp. 26-27), in cui l’elemento dell’identità comunitaria e la necessità di rispondere ai bisogni materiali dei contadini assumono un valore primario (su questo si vedano gli analoghi giudizi di Luciano Casali, Storia della Resistenza a Modena, vol. I, ANPI, Modena, 1980, p. 96; Luigi Arbizzani (a cura di), Azione operaia, contadina, di massa, De Donato, Bari, 1976, p. 480; F. Canova, O. Gelmini, A. Mattioli, Lotta di liberazione nella Bassa Modenese, A.N.P.I., Modena, 1975, p. 24).
Si può dire che Saltini mantiene un atteggiamento non di ostilità ma di estraneità rispetto al regime fascista in continuità con quello del vescovo di Carpi, monsignor Giovanni Pranzini (una sua biografia si trova in Luigi Bortolotti, Biografia e poesie del bolognese Mns. Giovanni Pranzini Vescovo di Carpi, La Grafica Emiliana, Bologna, 1975). Il 1931 è quindi doppiamente significativo con l’accordo tra regime e Santa Sede sull’Azione cattolica, e Zeno Saltini che viene ordinato sacerdote. Sulle vicende di questo periodo, Laura M. M. Turchi, La posizione dei cattolici nella diocesi di Carpi di fronte al fascismo (1921-1931), in L. Bertuccelli, S. Magagnoli, (a cura di), Regime fascista e società modenese. Aspetti e problemi del fascismo locale (1922-1939), Mucchi, Modena, 1995. Di un con Zeno assolutamente antifascista parla invece Luigi Paganelli, I Cattolici e l’Azione Cattolica a Modena durante il fascismo dal 1926 al 1945, Mucchi e Sias Editori, Modena, 2005, p. 81. Un brevissimo cenno all’attività di don Zeno come sacerdote visto con ostilità dal fascismo e dalla società borghese, si veda Barbieri, Nerino, La Bassa Modenese tra il primo e il secondo conflitto mondiale. Lotta politica e società, Associazione “G. La Pira”, S. Felice sul Panaro (MO) 2009
Sulla presenza di don Zeno a San Giovanni Roncole come sacerdote dal 1937 al 1943, un accenno si trova in S. Giacomo Roncole, Raccolta di notizie storiografiche e popolari a cura del Circolo ANSPI “Le Roncole”, Mirandola, [1987]. Il ruolo di questa esperienza fa dire, erroneamente, in diversi casi che Nomadelfia nasca a San Giovanni Roncole negli anni Trenta e venga trasferita nel campo di Fossoli nel 1947 (si veda per esempio, Antonio Bellini, La Chiesa di Carpi dal secolo VIII al secolo XX, Carpi, Tipografia Garuti e Gualdi, 1979, pp. 10-11 ma anche Carpi e il carpigiano, Editrice Alfa, Carpi 1966, p. 79). La cronistoria della parrocchia si trova in Emilio Andreoli, In un vecchio archivio. Diari, raccolte e sigilli nell’archivio parrocchiale di San Giacomo Roncole, s.e., Mirandola 2021.
Sull’attività di don Zeno a Casinalbo di Formigine durante la seconda guerra mondiale, si veda la ricostruzione e le testimonianze raccolte da Roberto Fiorini, Il liutaio Francesco Manfredi, Modena, Guiglia 2012. Per quanto il clero sia sottoposto a costante controllo da parte del regime e anche in provincia di Modena non si registrino prese di posizione significativamente ostili, vi sono alcuni casi di censura e sequestro, compreso un numero del bollettino dei “Piccoli Apostoli” nel 1942 per “frasi disopportune e deprimenti”. Le autorità fasciste invitano il vescovo monsignor Della Zuanna a richiamare don Zeno “a un maggiore senso di responsabilità” (Pietro Alberghi, Modena nel periodo fascista (1919 – 1943), Mucchi e Sias editori, Modena, 1998, p. 319). Da segnalare la presa di posizione di don Zeno contro la legislazione razziale il 6 gennaio 1943 nel discorso sulla Fratellanza universale dei popoli, registrato dalla Cronaca della Parrocchia di San Giacomo Roncole (Ilva Vaccari, Il tempo di decidere. Documenti e testimonianze sui rapporti tra il clero e la Resistenza, prefazione di Arrigo Levi, CIRSEC, Modena, 1968) e dal rapporto del Podestà di Mirandola (F. Canova, O. Gelmini, A. Mattioli, Lotta di liberazione nella Bassa Modenese, A.N.P.I., Modena, 1975). Un sintetico quadro delle posizioni di don Zeno fino alla caduta del fascismo si trova anche in Nerino Barbieri, Guerra e dopoguerra nella Bassa Modenese, CDL, San Felice sul Panaro 2010. In generale sul periodo della seconda guerra mondiale, si veda Marco Galvagno, Don Zeno e i piccoli apostoli durante la seconda guerra mondiale, in Maurilio Guasco, Paolo Trionfini (a cura di), Don Zeno e Nomadelfia. Tra società civile e società religiosa, Morcelliana, Brescia, 2001.
È del febbraio 1943 la nascita del gruppo “Sacerdoti Piccoli Apostoli” (la fotografia della pagina del quaderno in cui i primi sette firmano per la sua costituzione è riportata in Don Zeno e i piccoli apostoli nella resistenza modenese, a cura del Centro culturale F. L. Ferrari e dell’ALPI-Associazione Liberi Partigiani Italiani, Modena, 30 settembre 1984) a cui attendono, oltre don Zeno, altri sacerdoti della zona modenese, alcuni dei quali rivestono un peso significativo nelle vicende successive all’armistizio dell’8 settembre e nella Resistenza. Uno è don Elio Monari, sulla cui vicenda si veda Luigi Paganelli, Don Elio Monari e Chiesa e società a Modena tra guerra e resistenza (1940-1945), Mucchi editore, Modena, 1990. Per i suoi rapporti con i Piccoli Apostoli cfr. anche Pietro Alberghi, Le origini della Democrazia Cristiana nel modenese, 1943-1948, Bologna, Istituto De Gasperi dell’Emilia Romagna, 1992, p. 33). Altre due figure importanti, legate in particolare alla storia di Villa Emma a Nonantola (Klaus Voigt, Villa Emma. Ragazzi ebrei in fuga 1940-1945, trad. di Loredana Melissari, La Nuova Italia, Scandicci 2002) sono don Arrigo Beccari sul quale si veda Enrico Ferri, La vita libera. Biografia di don Arrigo Beccari, Mucchi, Modena 1997); e don Ennio Tardini, per il quale Due vite per Nomadelfia, in Nomadelfia è una proposta, a. XVII, n. 8. Un profilo biografico e celebrativo è quello di G. Paolo Feltri, Don Elio Monari, Comitato Onoranze D.E.M., Modena, 1953. Sul suo ruolo di ponte tra tradizione popolare e nuove generazioni cattoliche, si veda anche Deputazione Emilia Romagna per la storia della Resistenza e della guerra di Liberazione, L’Emilia Romagna nella guerra di liberazione, vol. IV, Crisi della cultura e dialettica delle idee, a cura di Alberghi Pietro, De Donato, Bari, 1975.
Un passaggio significativo si ha all’indomani del 25 luglio 1943. Tre giorni dopo don Zeno pubblica l’appello Ai Padri di Famiglia della Bassa Modenese che costituisce il richiamo al nuovo governo – anche a livello locale – di porre attenzione ai problemi sociali e non assumere una posizione semplicemente autoritari (anche sulla base della circolare Roatta). Sul testo si veda Pietro Alberghi, Modena nel periodo fascista (1919 – 1943), Mucchi e Sias editori, Modena, 1998. Una lettura parzialmente diversa dell’appello in Luciano Casali, Storia della Resistenza a Modena, vol. I, ANPI, Modena, 1980 e F. Verri, I sacerdoti e la Resistenza nella Bassa Modenese, in “Rassegna di Storia dell’Istituto storico della Resistenza di Modena e Provincia”, n. 4, 1985. Il suo successivo arresto e rilascio alimentano l’autorevolezza del sacerdote a S. Giacomo Roncole e nel Modenese (la vicenda è ricostruita da Luciano Casali, Storia della Resistenza a Modena, vol. I, ANPI, Modena, 1980 e da Giancarlo Silingardi, I giorni del fascismo e dell’antifascismo. Cronache modenesi dal 1918 al 1945, Teic, Modena, 1979. L’episodio è ricordato anche nella sua memoria da Giovanni Negrelli, Note sull’attività svolta da un ufficiale delle Brigate «Italia» nel territorio del comune di Mirandola, in Comune di Mirandola, Ventennale della Resistenza. Memorie della resistenza mirandolese, 1965. Si veda anche sull’episodio Pietro Alberghi, Le origini della Democrazia Cristiana nel modenese, 1943-1948, Bologna, Istituto De Gasperi dell’Emilia Romagna, 1992. L’attività di don Zeno nei giorni successivi alla caduta del fascismo è anche ricostruita da Deputazione Emilia Romagna per la storia della Resistenza e della guerra di Liberazione, L’Emilia Romagna nella guerra di liberazione, vol. IV, Crisi della cultura e dialettica delle idee, a cura di Alberghi Pietro, De Donato, Bari, 1975.
Secondo Pietro Alberghi (Giacomo Ulivi e la resistenza a Modena e a Parma, Modena, TEIC, 1976) don Zeno e i Piccoli Apostoli sarebbero tra i pochi cattolici che dopo l’8 settembre a dimostrare la volontà, in provincia di Modena, a organizzarsi per lottare contro fascisti e nazisti. Al carattere patriottico che caratterizza la partecipazione cattolica alla Resistenza nel Carpigiano, in don Zeno si aggiungono istanze cristiano-sociali, come indicano Mario Pacor, Luciano Casali, Lotte sociali e guerriglia in pianura. La Resistenza a Carpi, Soliera, Novi, Campogalliano, Editori Riuniti, Roma, 1979. Va ricordato che don Zeno con una parte dei Piccoli Apostoli fin dal 19 settembre 1943 si dirige a Sud ma è altrettanto vero che buona parte dei giovani rimasti nel Modenese aderiscono alla Resistenza (una quarantina di cui otto caduti). La spinta morale e ideale della loro partecipazione al movimento di Liberazione viene ricondotta da tutti coloro che si sono occupati di questo aspetto alla lezione di don Zeno e secondo alcuni al “suo antifascismo non certo occasionale” (Antonio Gelli, Renzo Gherardi, Nel segno della libertà, Casale Monferrato, Piemme, 1985, p. 45). L’elenco dei Piccoli Apostoli caduti nella Resistenza si ricava dal volume di Ilva Vaccari, Dalla parte della libertà. I caduti modenesi nel periodo della Resistenza entro e fuori i confini della provincia. Forestieri e stranieri caduti in territorio modenese, Modena, Comitato per il 50° della Resistenza e della Guerra di Liberazione della Provincia di Modena, s.i.d. (1995?) ma si trova anche in Don Zeno e i piccoli apostoli nella resistenza modenese, a cura del Centro culturale F. L. Ferrari e dell’ALPI-Associazione Liberi Partigiani Italiani, Modena, 30 settembre 1984. Una ricostruzione analitica delle scelte e dell’influenza di don Zeno sul clero che nel Modenese partecipa alla Resistenza o è vicino alla lotta di liberazione è quella di F. Verri, I sacerdoti e la Resistenza nella Bassa Modenese, in “Rassegna di Storia dell’Istituto storico della Resistenza di Modena e Provincia”, n. 4, 1985. Alcuni accenni a don Zeno anche in Ilva Vaccari, La presenza del clero, in Deputazione Emilia Romagna per la storia della Resistenza e della guerra di Liberazione, L’Emilia Romagna nella guerra di liberazione, vol. II, Partiti politici e CLN, a cura di Alberghi Pietro, De Donato, Bari, 1975. Ai Piccoli Apostoli e a don Zeno durante la Resistenza dedica due poesie in dialetto Germano Chiossi, che si firma Germano, in I ribelli. Treint’an fa làsò in muntagna, Modena, c.i.p., 1975. I Piccoli Apostoli partecipano inoltre alla definizione e alla stampa del periodico “La Punta”, organo del Movimento Giovanile Democratico Cristiano (e poi anche delle Squadre d’Azione “Italia”) dall’aprile 1944 al marzo 1945. Si veda Mirco Campana, La Punta, in “Rassegna Annuale dell’Istituto Storico della Resistenza in Modena e Provincia”, n. 8, 1967. Su “La Punta” una breve annotazione si trova anche in Pietro Alberghi, Le origini della Democrazia Cristiana nel modenese, 1943-1948, Bologna, Istituto De Gasperi dell’Emilia Romagna, 1992, p. 31. Nel n. IV del febbraio 1945 si parla degli impiccati di S. Giacomo Roncole.
Sulla partenza di don Zeno da Carpi il 19 settembre 1943, si veda la testimonianza di don Bertè in Ilva Vaccari, Il tempo di decidere, cit. Sul viaggio e le diverse tappe, cfr. Remo Rinaldi, Storia di don Zeno e Nomadelfia, cit. Pur se lontano da Carpi (“dall’esilio” come scrive), don Zeno ribadisce e rivendica il ruolo dell’Opera Piccoli Apostoli come strumento per rispondere alla crisi della Chiesa che non è crisi di principi ma di fatti e di opere. Lo fa nel 1944 all’interno del breve scritto Ai cari confratelli, Roma, Tipografia Guerra, 10 settembre 1944. Nondimeno, don Zeno costituisce un problema per la Repubblica sociale a Modena, se malgrado la sua assenza viene comunque ricordato da Enrico Cacciari, direttore della “Gazzetta dell’Emilia” come prete nemico che dovrebbe essere internato in manicomio (Luciano Casali, Storia della Resistenza a Modena, vol. I, ANPI, Modena, 1980, p. 235). Di quell’articolo contro don Zeno – Preti matti in manicomio apparso sul giornale del 25-26 ottobre 1944 – Cacciari dirà a un giornalista, a margine del processo che lo condanna nel dicembre 1946 per collaborazionismo, essere l’unica cosa di cui si pente (Rolando Balugani, La Repubblica Sociale Italiana a Modena. I processi ai gerarchi repubblichini, Quaderni dell’Istituto Storico della Resistenza e di Storia Contemporanea di Modena, 1990, p. 142).
Origini e nascita di Nomadelfia
Sul ritorno di don Zeno a San Giacomo Roncole, si veda il ricordo di Norina Galavotti, Mamma a Nomadelfia, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo, 1995. L’attività del sacerdote nell’immediato dopoguerra è registrato dalle diverse fonti pubbliche (municipio, prefettura) e religiose (parrocchia, diocesi, arcivescovado), raccolte da Remo Rinaldi, Storia di don Zeno e Nomadelfia, cit. Fin dal novembre 1945 don Zeno riprende l’attività di diffusione del giornale “Piccoli apostoli”, con un numero speciale format tabloid che nella prima pagina presenta una foto di Irene Bertoni, la prima “mamma di vocazione” (diventata tale nel 1941), con un bambino in braccio. La didascalia recita: “Ai bimbi la mamma non muore mai” che diventa una sorta di motto del progetto di don Zeno. Sulla sua attività come vice sindaco di Mirandola e di presidente della Commissione comunale per l’assegnazione degli alloggi ai senzatetto, cfr. Paolo Trionfini, Zeno Saltini. Il prete che costruì la città della fraternità universale, cit. e Gianni Ciceri, Edmea Gazzi (a cura di), Zeno. Un’intervista, una vita, cit.; Sul quadro socio-economico e politico complesso con il quale deve confrontarsi cfr. Massimo Storchi, Uscire dalla guerra. Ordine pubblico e forze politiche, Modena 1945-1946, Franco Angeli, Milano, 1995.
Nei primi mesi del dopoguerra inizia a non essere ben visto dalla Chiesa locale, come sottolinea una relazione del parroco di Gonzaga del 20 agosto 1945 su un ciclo di conferenze tenuto da don Zeno nella zona (“chiamato dal partito comunista”, si rileva) che mette in difficoltà il clero: “Quello è un prete altroché i nostri” viene detto da chi lo ascolta (Luigi Cavazzoli, Guerra e resistenza. Mantova 1940 – 1945, Gazoldo degli Ippoliti (MN), Postumia 1995, p. 829). Più in generale, nell’ambito della polarizzazione che si sta determinando tra due mondi rappresentati da Dc e Pci, l’esperienza dei Piccoli Apostoli e in seguito di Nomadelfia costituisce un ponte quanto una minaccia per tutti i soggetti politici e religiosi (in questo senso lo considera Giovanni Taurasi, Mondo cattolico e mondo comunista. Il microcosmo carpigiano (1945-1951), in “Rassegna di storia contemporanea”, n. 2, 1997) (ma si veda il capitolo Don Zeno e la politica).
La sua attività è però prevalentemente religiosa. Dal 9 al 15 dicembre 1946 si svolge a San Giacomo Roncole il primo congresso dei sacerdoti Piccoli Apostoli – una dozzina in tutto – che sottolinea come l’impegno nell’opera sia dipeso dal fatto di non aver trovato via migliore per adempiere alla vocazione sacerdotale al servizio della Chiesa e che tale partecipazione deve contemplare il martirio se ne viene impedita la realizzazione. Gli atti sono pubblicati nello stesso anno dallo stesso don Zeno che presiede il congresso (Primo Congresso dei sacerdoti Piccoli Apostoli, S. Giacomo Roncole, Tipografia Piccoli Apostoli, [pro manoscritto], 1946). Di particolare interesse la lettura finanziaria per l’amministrazione dell’opera – al servizio della carità, fondata sulla Provvidenza e su una disponibilità dei creditori al di là dei loro diritti – che anticipa le difficoltà e i conflitti con i creditori che caratterizzeranno la storia di Nomadelfia.
La prima pubblicazione che nel dopoguerra riassume il progetto politico di Nomadelfia è Il Popolo di Nomadelfia, La soluzione sociale proposta da Nomadelfia, Edizioni di Nomadelfia, Grosseto, 2002. Scritto nel 1946 viene diffuso con il titolo “Per l’umana solidarietà”. È un programma politico che indica come viene immaginata la struttura istituzionale, politica, sociale ed economica dell’Italia nel dopoguerra. Punto di partenza è la lotta all’interesse egoistico che guida l’agire umano e la necessità di una rivoluzione che metta al centro la dignità che deve garantita dalla legge. Per affermare questi principi bisogna ripensare il concetto stesso di convivenza, economica ed etica e rifondare le forme della cittadinanza e della rappresentanza politica. Non pubblicato però fino al 1950 a causa del legame dei Padri di famiglia Piccoli Apostoli (l’associazione dei capifamiglia nata a S. Giovanni Roncole), che sono gli autori della proposta, con don Zeno e quindi a causa dell’opposizione del vescovo. Viene pubblicato appunto nel 1950, dopo essere stato rivisto, come numero speciale del giornale interno di Nomadelfia, “La Giusta Via”, il 22 agosto 1950. La proposta è divisa in alcuni capitoli: Convivenza economica, Convivenza etica, I padri, L’Azienda, I cittadini, Forma dello Stato e rappresentanza al potere.
La nascita di Nomadelfia si colloca all’interno del processo di intervento cattolico e laico negli anni immediatamente successivi alla fine della seconda guerra mondiale per rispondere ai problemi dei poveri e dei profughi che sono estremamente presenti nelle città ma anche nelle aree periferiche del Paese. Per una ricostruzione complessiva di quei processi, cfr. Bruno Maida, I treni dell’accoglienza. Infanzia, povertà e solidarietà nell’Italia del dopoguerra, 1945-1948, Einaudi, Torino, 2020, Id. Sciuscià. Bambini e ragazzi di strada nell’Italia del dopoguerra, 1943-1948, Einaudi, Torino, 2024 e Id., Huérfanos, refugiados, pobres. La infancia y las posguerras del siglo XX, in Mujeres y niños en una Europa en guerra (1914-1949), a cura di Alicia Alted Vigil, Luiza Iordache Cârstea e Laura López Martin, Círculo de Bellas Artes, Madrid, 2021. Una delle risposte è la creazione di quelle che prendono il nome di Città dei Ragazzi (su questo tema cfr. Fulvio De Giorgi, Una modalità educativa nuova. Le città dei ragazzi nel secondo dopoguerra, in Fulvio De Giorgi, Matteo Al Kalak (a cura di), Una scuola di libertà. La Città dei Ragazzi di Modena (1947-2017), La Scuola-Morcelliana, Brescia, 2018) rispetto alle quali si possono trovare elementi in comune come hanno notato Maria Chiara Rioli (Il governo dei piccoli. La Città dei Ragazzi e Nomadelfia tra anticomunismo ed educazione cattolica, in ivi) e Maurilio Guasco (Storia del clero in Italia dall’Ottocento a oggi, Laterza, Roma-Bari, 1997). In particolare Rioli ha comparato l’esperienza di Nomadelfia con quella della vicina Città dei Ragazzi di Modena cogliendo gli intrecci nei progetti educativi e di cittadinanza, il ruolo delle due figure di don Zeno e don Rocchi, il legame con il contesto nazionale e internazionale delle esperienze dei villaggi per i fanciulli creati tra le due guerre e diffusisi all’indomani del conflitto. Ma anche le differenze come il rapporto con il comunismo, la ricchezza e il denaro, i finanziatori e le modalità di raccolta delle risorse necessarie, e soprattutto il ruolo della presenza femminile, del tutto assente nel progetto di don Rocchi e centrale (se non con le figure delle insegnanti, inservienti alla mensa e donne della pulizia), attraverso le mamme di vocazione, in quello di don Zeno Saltini. Il che riconduce alla differenza di fondo ossia una comunità temporanea al cui centro sono collocati i ragazzi e una che ha intenzione di esistere come forma diversa di comunità sociale che è fondata sulla famiglia, sebbene in un’interpretazione particolare. Sottolinea l’originalità e la radicalità del progetto di don Zeno nel quadro delle posizioni più avanzate del clero italiano nel dopoguerra Giorgio Vecchio, “Left Catholicism” and the experiences “on the frontier” of the Church and Italian society (1939-1958), in Gerd-Rainer Horn e Emmanuel Gerard, Left Catholicism. Catholics and Society in Western Europe at the Point of Liberation 1943-1955, Leuven University Press, Leuven, 2001.
Accenni o sintesi sulla nascita di Nomadelfia a Fossoli si trovano in gran parte delle pubblicazioni dedicate a don Zeno o all’esperienza della comunità, anche in quelle che si concentrano sulla storia della comunità a Grosseto, come nel capitolo introduttivo di Nomadelfia un popolo nuovo, Edizioni di Nomadelfia, Grosseto, 1982, che costituisce una delle tante pubblicazioni da diffondere per farla conoscere. Un elenco sintetico di titoli sulla storia di Nomadelfia è riportato in Simone Duranti, Letizia Ferri Caselli (a cura), Leggere Fossoli. Una bibliografia, Edizioni Giacchè, La Spezia, 2000. Due esempi di storia di Nomadelfia coincidenti con la biografia di don Zeno sono quelli di Stefano Femminis, Nomadelfia: la proposta di un popolo nuovo, in “Aggiornamenti sociali”, a. 50, nn. 7-8, luglio-agosto, 1999 e di Piersandro Vanzan, Nomadelfia: nient’altro che Vangelo!, in “Aggiornamenti sociali”, a. 58, nn. 9-10, settembre-ottobre 2007. Un ricordo di Nomadelfia ai suoi albori è quello di Franco Vanni, L’allegro soldato di Dio, in in I grandi di Modena. Repertorio alfabetico di personaggi illustri dal 1800 a oggi, a cura di Mauro Tedeschini, Poligrafici Editoriale, Bologna, 1992 che fa alla creazione da parte di don Zeno del “tis”, il “termine interno di scambio” ossia la moneta corrente nella comunità e ricorda il suo fondatore come “un bel prete da battaglia” pronto a tutto per sostenerla e dare da mangiare a tutti. Alla nascita di Nomadelfia è dedicata la poesia Nomadelfia (Fossoli 1947) di Costanzo Liprandi, Uomo, Book editore, s. l., 1994. In gran parte delle pubblicazioni che fanno riferimento all’esperienza di Nomadelfia si fa cenno alle origini e al suo rapporto con le esperienze delle comunità cristiane o persino ai kibbutz ebraici (come nel caso di Giuliano Magnoni, Nomadelfia, un modello di comunità sociale, in “Realtà nuova”, a. LVIII, n. 5/6, maggio giugno 1993). Alle vicende che conducono alla nascita di Nomadelfia dedica un capitolo anche Alexis Herr, The Holocaust and Compensate Compliance in Italy: Fossoli di Carpi, 1942-1952, Palgrave Macmillan, London-New York, 2016.
Un documento fondamentale è naturalmente il testo della costituzione della comunità scritta nel 1948 in un’assemblea della Comunità che si svolge dal 3 al 14 febbraio (Piccoli Apostoli, Costituzione di Nomadelfia, S. Giacomo Roncole, Tipografia Piccoli Apostoli, settembre 1951). Un elenco dei temi trattati nel corso dell’assemblea di trova in una dispensa interna (n. 91) dal titolo Storia di Nomadelfia, non pubblicata. Rieditata nel 1995 e nel 2006, si trova anche come appendice in Remo Rinaldi, Don Zeno Turoldo Nomadelfia. Era semplicemente Vangelo, Centro editoriale dehoniano, Bologna, 1997. La notizia della Costituzione viene data nel febbraio 1948 dal giornale “La Giusta Via”, che ha come sottotitolo “Quotidiano dei Piccoli Apostoli” e che ha una diffusione interna a Nomadelfia.
A differenza del lemma “Zeno Saltini”, la voce Nomadelfia è già presente in Dizionario Ecclesiastico, vol. II, Utet, Torino, 1955. Viene rapidamente ricostruita la storia della comunità fino alla sua chiusura a Fossoli, indicando le linee della costituzione ma senza fare riferimento alle mamme di vocazione. Sul provvedimento del Santo Uffizio che don Zeno si ritirasse da Nomadelfia nel 1952 viene scritto che il sacerdote reagisce con “un libro deplorevole” (quale?) ma che si tratta “di materia ancora troppo attuale per esser giudicata serenamente”. Compare anche sul Dizionario Enciclopedico Italiano, vol. VIII, Istituto della Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani, Roma, 1958, nella quale viene indicato che si tratta di una comunità creata nel 1946 ed esistente solo fino al 1952 nell’ex campo di concentramento di Fossoli.. Nella voce Saltini, Zeno, nello stesso Dizionario Enciclopedico Italiano [vol. X, Istituto della Enciclopedia Italiana ondata da Giovanni Treccani, Roma, 1959] viene specificato che dopo il ritorno allo stato laicale fonda una nuova città dei ragazzi vicino a Grosseto, senza specifica altro. Nella voce di Nomadelfia, in Enciclopedia del Cristianesimo. Storia e attualità di 2000 anni di speranza, De Agostini, Novara, 1997 si parla invece di Fossoli come di un tentativo fallito a causa delle diffidenze delle autorità ecclesiastiche e delle insormontabili difficoltà economiche, e della comunità grossetana come vera realizzazione del progetto. Anche nell’Enciclopedia Motta (vol. XIV, Federico Motta Editore, Milano, 1991) alla voce “Saltini Zeno” si contrappongono le due esperienze. Mentre della prima viene scritto che “L’iniziativa, molto eccentrica anche perché la comunità si fondava su basi di dubbia opportunità organizzativa (ad esempio non si usava il denaro), incontrò l’ostilità di alcuni osservatori della Santa Sede, che rimproveravano a Nomadelfia tendenze politiche sinistroidi, estremiste”; della seconda si sottolinea che “veniva finalmente compresa e apprezzata dalle autorità ecclesiastiche, per il profondo spirito di amore cristiano che l’animava”. La voce Nomadelfia compare con qualche imprecisione ne La nuova enciclopedia universale, Garzanti, Milano, 1982 e nel Grande dizionario UTET, vol. XIII, Utet, Torino, 1970 e in modo assolutamente sintetico in Saltini Zeno, in Dizionario Enciclopedico Melzi. Cultura, Vallardi, Milano, 1994. A Nomadelfia, come città dei ragazzi, fa riferimento anche la voce Fossoli, in Capire Duemila, Enciclopedia illustrata del mondo d’oggi, vol. 6, Fratelli Fabbri, Milano, 1977. La voce Nomadelfia compare anche in Moderna Enciclopedia Rizzoli, vol. XII, Rizzoli, Milano, 1977
Storia di Nomadelfia a Fossoli
Brevissimi cenni sulla storia delle origini sono in Gian Franco Elia, Nomadelfia, una comunità di tipo familiare a ispirazione religiosa, in “Rivista di sociologia”, a. III, n. 8, settembre-dicembre 1965, utile soprattutto però per un quadro sociologico della comunità a metà anni Sessanta. Sotto il profilo sociologico un tentativo di analisi complessiva si trova in Daniele Bettenzoli, Nomadelfia utopia realizzata?, Celuc libri, Milano, 1976. Il volume affronta la storia di Nomadelfia come ipotesi di un’utopia che ha conosciuto nel corso di un decennio un processo di normalizzazione da parte del potere ma che nello stesso tempo rimane valida come proposta di nuova società e di incontro tra le culture socialista e cattolica, quasi a intendersi come un’anticipazione, nel dopoguerra, del compromesso storico. L’autore intende avere un approccio sociologico, utilizzando alcune categorie in modo scientifico (in particolare il rapporto comunità e società, il carisma, il rapporto tra protesta, repressione e normalizzazione). Inoltre, secondo l’autore don Zeno nelle sue istanze critiche – ma nello stesso tempo rigorosamente ortodosso rispetto ai principi della Chiesa – ha potuto essere elemento di alternativa religioso-sociale di comunità, facendo anche perno su un aspetto carismatico e profetico che, sebbene non venga riconosciuto dai nomadelfi come ragione della loro permanenza, costituisce però un fattore tutt’altro che secondario del consenso diffuso e profondo che conosce come individuo.
Un analogo tentativo di iscrivere l’esperienza di Nomadelfia nell’ambito di alcune categorie sociologiche (utopia, carisma e organizzazione del mutamento sociale) si trova nell’analisi di Alberto Gasparini, Utopia e carisma nell’organizzazione. Discorsi sulle asimmetrie tra ambiente e Nomadelfia, in “Sociologia urbana e rurale”, n. 21, 1986 che studia il rapporto nella storia della comunità tra macro progetto (cambiamento della società) e micro progetto (organizzazione di un modello familiare e comunitario). A suo modo di vedere i due obiettivi sono presenti in tutte le varie fasi della storia di Nomadelfia ma con equilibri diversi rispetto al mutamento dell’ambiente sociale in cui si determinano, in particolare con l’indebolimento progressivo dell’utopia socialista dell’inizio secolo e con la differenziazione sempre maggiore tra modello cristiano, educativo, sociale che la comunità incarna e la definizione di una società sempre più lontana da questo modello e secolarizzata. Così Nomadelfia tende progressivamente a rinchiudersi in se stessa e ad affermare la dimensione del suo micro progetto, in un percorso che si farà sempre più complesso anche i termini di carisma dopo la morte del suo fondatore.
Una storia pedagogica della comunità si trova in Beatrice Matano, Vita di Nomadelfia, Armando Editore, Roma, 1971. Allieva di Lucio Lombardo Radice, studiosa dei temi pedagogici ispettrice scolastica, e poi direttrice della Scuola Sperimentale di Nomadelfia, Matano costruisce un volume che è una storia di Nomadelfia dalle origini fino agli anni Sessanta ma è soprattutto una ricostruzione del suo progetto educativo, scolastico, culturale e etico-religioso. In occasione della presentazione del libro a Subiaco nello stesso anno, interviene il pedagogista Roberto Mazzetti – tra i redattori della Carta della Scuola voluta da Bottai ma che poi elabora un pensiero critico verso il fascismo e pone l’attivismo pedagogico al centro della sua riflessione – con una Testimonianza sull’opera di don Zeno, conosciuto dall’autore nei primi anni Quaranta. L’intervento viene pubblicato sul periodico “Nomadelfia è una proposta”, a. IV, 30 giugno 1971 e poi nel volume Roberto Mazzetti, Don Lorenzo Milani e don Zeno Saltini fra contestazione e anticontestazione, Morano editore, s. l. s. d.
Sebbene la storia di Nomadelfia, specie negli anni di Fossoli, sia fortemente “zenocentrica”, non mancano contributi nell’ampia bibliografia che allarghino lo sguardo alle altre figure che contribuiscono a far nascere e a far vivere la comunità. Un esempio interessante, non privo tuttavia di imprecisioni, è Valeria Cammertoni, I preti e le mamme di Nomadelfia, Edizioni Arte Stampa, Modena, s. d. [ma 2013] nel quale l’autrice (che vi entra nel 1949 per poi restarvi come mamma di vocazione) tratteggia le varie figure di sacerdoti che dall’esterno ebbero rapporti con don Zeno (come don Arrigo Beccari, don Vasco Pirondini, don Ivo Silingardi, padre David Maria Turoldo) ma anche che ebbero un ruolo determinante nella gestione di Nomadelfia, come don Ennio Tardini, che è tra i fondatori con don Zeno della comunità e suo successore; don Enzo Luigi Bertè, secondo successore di don Zeno; don Silvio Galavotti, che ha il compito di amministratore; don Mariano Zucchi, che dirige la tipografia; don Ciro Blasutig, maestro di musica; don Walter Marchi, che aiuta don Zeno in particolare a cercare aiuti economici a Roma nella fase di maggiore crisi economica. Nel volume è presente anche un breve elenco delle mamme di vocazione che l’autrice ha conosciuto.
Non sono invece molte le testimonianze di coloro che sono stati per periodi più o meno lunghi nella comunità, a parte alcune figure di primo piano come insegnanti, educatori, sacerdoti o intellettuali. Un caso significativo e interessante è il racconto di Luciana Cappellini (Gli aranci che non vidi mai, in Le parole nel cassetto. Prima rilevazione sulla scrittura femminile carpigiana, Comune di Carpi-Biblioteca di Carpi, Carpi, 1995) rimasta orfana di entrambi i genitori alla fine della guerra, insieme ad altri cinque fratelli e sorelle, tutti accolti a Nomadelfia quando la bambina ha cinque anni. Vi resta fino alla chiusura del campo e ricorda l’intervento brutale della polizia nel 1952 per lo sgombero e la separazione violenta dei bambini dalle mamme di vocazione. All’interno della sintesi della storia di Nomadelfia che fa Irene Bignardi, Le piccole utopie, Feltrinelli, Milano, 2003 viene sottolineato che non si tratta di un’utopia realizzata e che anzi suscita perplessità e interrogativi in tutti coloro che sono portatori di una visione pienamente laico o femminista. Il lavoro di Bignardi non è di per sé particolarmente interessante poiché ripercorre le vicende lungo l’asse delle tradizionali e spesso ripetitive ricostruzioni realizzate all’interno della comunità, tuttavia vale la pena ricordare la vicenda di Beatrice, nomadelfia di seconda generazione e figlia di uno di coloro che per primi nel 1949 sono giunti nella comunità, all’età di dieci anni e orfano di guerra, e che l’autrice ricostruisce in modo analitico e che costituisce una testimonianza interessante e originale. [qui forse libri che vedo a Roma]
Una storia particolare riguarda Maurizio Ferrari, entrato piccolissimo a Nomadelfia, essendo nato nel settembre 1945, abbandonato dalla madre sui gradini del duomo di Modena, affidato a don Zeno (la sua “mamma di vocazione” diventa Maria Teresa) e rimasto nella comunità fino al 1968, lavorando come contadino e muratore ma anche studiando e raggiungendo il diploma di ovicoltore. Diventato anarchico, esce da Nomadelfia nell’anno della contestazione, lavora come operaio in varie fabbriche e infine entra nelle Brigate Rosse. Arrestato nel 1974, è un irriducibile e scontra trent’anni di prigione (la sua storia è raccontata in Pino Casamassima, Gli irriducibili. Storie di brigatisti mai pentiti, Laterza, Roma-Bari 2012 e, con qualche piccola differenza, in Vincenzo Tessandori, BR. Imputazione: banda armata, Garzanti, Milano, 1977).
La vicenda di Nomadelfia è stata raccontata in modo originale anche attraverso i disegni dei ragazzi della comunità che hanno illustrato il racconto di don Zeno (Don Zeno racconta l’avventura di Nomadelfia, autobiografia coordinata da Mario Sgarbossa e illustrata dai ragazzi di Nomadelfia. Nomadelfia edizioni, Roma, 2004). Non manca, nelle vicende che hanno segnato la comunità di Nomadelfia, una significativa produzione musicale raccolta in Canti di Nomadelfia, Nomadelfia, 1994 che contiene testi e spartiti musicali di canti realizzati in circa vent’anni, dal Canto dei Piccoli Apostoli del 1941 a Padre che sei nei cieli del 1962. Del periodo di Fossoli si contano O Gesù salvatore del mondo del 1948 (parole di don Zeno e musica di Carlo Rustichelli che, prima di diventare un celebre compositore, è stato un Piccolo Apostolo), Inno dei padri del 1950 (parole e musica di don Zeno), Donna perduta del 1951 (parole e musica di don Zeno), Nomadelfi, il nemico del 1951 (parole e musica di don Zeno) e Correte, correte del 1952 (parole e musica di don Zeno). Viene anche scritta, presumibilmente negli anni Cinquanta una ninna nanna dedicata a Nomadelfia la cui musica viene composta da Attilio Rucano e il testo scritto dal paroliere Giubra. Lo spartito si trova in Nomadelfia. Ninna nanna, (Conservatorio Verdi, Milano), Nomadelfia edizioni, Grosseto, [1992]. Le origini e le caratteristiche di Nomadelfia sono in parte raccontate nel romanzo di Giuseppe Pederiali, Il monastero delle consolatrici, Garzanti, Milano, 2014 il cui protagonista Silviano viene accolto a Nomadelfia come orfano a dieci anni nel 1948 e vi resta fino allo spostamento della comunità a Grosseto. Nomadelfia è uno degli sfondi esistenziali in cui si colloca il romanzo di Christian Raimo, Il peso della grazia, Einaudi, Torino, 2012.
Brevi schede, spesso accompagnate da fotografie sulla storia di Nomadelfia si trovano anche in Anna Maria Ori, La memoria stratificata del campo di Fossoli, in Deportazione e memoria della deportazione. In onore di Lidia Beccaria Rolfi, “Il presente e la storia”, Rivista dell’Istituto storico della Resistenza e della società contemporanea di Cuneo, n. 65, giugno 2004 e Id., Il Campo di Fossoli. Da campo di prigionia e deportazione a luogo di memoria 1942 – 2004, APM Edizioni, Carpi, 2004. Una sintetica scheda sulla storia di Nomadelfia è anche quella di Francesco Matterazzo, La trasformazione del campo di concentramento di Fossoli in Nomadelfia la città dove la fraternità è legge, in I 60 anni del Villaggio San Marco a Fossoli. Storia Presenza Prospettive, Atti del Convegno Nazionale di Studi, Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, Modena 2016. Due righe a Fossoli come campo di concentramento e poi comunità di Nomadelfia si trova anche Dizionario Enciclopedico Melzi. Cultura, Vallardi, Milano, 1994. Un cenno finale a Nomadelfia nella voce scritta da Roberta Gibertoni, Fossoli, in Dizionario dell’Olocausto, a cura di Walter Laqueur, edizione italiana a cura di Alberto Cavaglion, Torino, Einaudi, 2004.
Nella storia di Nomadelfia ha un ruolo decisivo, nella seconda fase della sua vita fossoliana e soprattutto nel suo trasferimento nelle campagne di Grosseto, il sostegno e l’aiuto materiale di Maria Giovanna Albertoni Pirelli, prima dei quattro figli dell’industriale milanese e autrice di un volume (Molte strade una casa, La Scuola, Brescia, 1951) che è prima di tutto una riflessione sull’infanzia povertà, orfana e deviante in Italia nel dopoguerra in un momento, all’inizio degli anni Cinquanta, in cui il discorso pubblico tende a considerare il problema superato e secondario rispetto alle grandi questioni della ricostruzione. Introdotto da padre Turoldo – con cui Albertoni Pirelli ha un consolidato rapporto e da cui è spinta nell’opera di sostegno della comunità di don Zeno – il libro, che ha un’ampia parte fotografica, indica Nomadelfia come modello e soluzione al problema. Ricostruisce le origini della nascita della comunità fossoliana e spiega la sua organizzazione e vita quotidiana. Una parte del volume è poi dedicata a raccontare la seconda Nomadelfia creata a Grosseto e molte pagine sono riservate alle testimonianze su Nomadelfia di Piccoli Apostoli. Il valore propagandistico dell’opera di Albertoni Pirelli è esplicito, dato che il suo obiettivo è raccogliere fondi per ripianare i molti debili della comunità. Non a caso alla fine scrive, per sottolineare il valore sociale e umano di quei debiti: “Milioni, molti milioni. Ma ogni biglietto da mille, ogni biglietto da cento o anche soltanto da dieci, è attrezzo per il lavoro, è utensile per la casa, è paio di scarpe pe un paio di piedi scalzi, è semente mattone grano, qualcosa che già c’era e non era stato pagato, e ora lo è, qualcosa che non c’era e occorreva e ora c’è. E allora perché spaventarsi”. Un ritratto biografico lo ha realizzato Carla Maria Casanova, Maria Giovanna Albertoni Pirelli e Nomadelfia. Una donna fragile e forte nella vita e nell’impegno cristiano, Viennepierre, Milano, 2000 che si è concentrata su alcuni passaggi e svolte esistenziali e materiali: il ruolo della famiglia nella sua formazione culturale e sociale, la morte del marito nel 1947 e l’incontro con padre Turoldo, l’impegno economico profuso nella comunità e l’intenso rapporto personale con don Zeno, le molte iniziative realizzate per sostenere Nomadelfia e la capacità di diventare interlocutrice privilegiata per politici e prelati, il suo peso nella rinascita della comunità a Grosseto e il lento esaurirsi del rapporto con il sacerdote. Albertoni Pirelli pubblica anche le sue poesie, almeno una dedicata a Nomadelfia (Presepio) nel volume Togliete la pietra, Edizioni Corsia dei Servi, Milano, 1954.
Il modello Nomadelfia: comunità, famiglia, educazione
Nelle storie della pedagogia, l’esperienza di Nomadelfia ha assunto un ruolo stabile. All’esperienza anticonformista ed educante di Nomadelfia, “alimentata da spirito profetico e da forti suggestioni utopiche” (p. 86), fondata sulla famiglia più che sulla scuola, fa riferimento all’interno della pedagogia contemporanea Franco Cambi, Le pedagogie del Novecento, Laterza, Bari 2005. Anche Giorgio Chiosso (Novecento pedagogico, La Scuola, Brescia 1997), che colloca don Zeno tra gli “educatori militanti” (p. 315) insieme ad Aldo Capitini e Danilo Dolci, sottolinea il modello di “educazione descolarizzata” (p. 317) basata sulla dimensione familiare e comunitaria “nella quale era più importante la qualità dell’apprendimento in funzione dell’acquisizione delle abilità per vivere nel mondo del titolo di studio” (p. 317). Un’ampia analisi del modello educativo di Nomadelfia si trova in Giancarlo Galeazzi, Nomadelfia, in Enciclopedia pedagogica, diretta da Mauro Laeng, La Scuola Brescia, 1992 che rileva come al centro vi sia la libertà e la liberazione dalla società consumistica ed egoista. I due cardini della pedagogia della comunità fondata da don Zono sono quelli della società educante e dell’educazione permanente. Alla base c’è un’idea di “cultura vivente” in quanto volta a costruire ciò che serve all’uomo nella sua vita e che nasce dalla vita. Perciò ne deriva una “scuola vivente” rivolta a determinare una formazione solidaristica, universale e continuamente rinnovata come l’uomo. È un’educazione alla responsabilità e all’amore fondata sul Vangelo e l’esperienza religiosa, che è ciò che rende “vivente” la cultura e la scuola. Proprio a partire da questi aspetti si colgono i legami con le trasformazioni pedagogiche contemporanee e con le esperienze di educazione democratica, permanente e alla pace. La voce “Nomadelfia” di Galeazzi contiene anche una parte di discussione critica delle diverse interpretazioni del modello pedagogico di quella comunità, in particolare quelle di Aldo Capitini, Andrea Canevaro, Roberto Mazzetti, Edoardo Balduzzi, Alessandro Maderna, Giuseppe Belotti, Daniele Bettenzoli, Gabriella Bogliacini Roberto
Capitini in particolare mutò la sua valutazione sull’esperienza di Nomadelfia: estremamente interessato e curioso all’inizio degli anni Cinquanta, quando don Zeno assume un ruolo di avanguardia nella complessiva palude in cui si muove la Chiesa, e di spirito radicalmente riformista o persino rivoluzionario; si ricrede negli anni Sessanta quando la comunità gli appare, nell’ambito di una sconfitta che ha segnato la vita del sacerdote di Fossoli e che sembra averlo chiuso in una dimensione difensiva (o almeno così Capitini sembra percepirlo), segnata spiritualmente da “sostegni arcaici” (alcune lettere sono parzialmente riportate da Mario Delle Piane, Aldo Capitini, lettere per Nomadelfia, in “Il ponte”, a. XXIX, n. 9, 1973).
In una riflessione generale sulla pedagogia cristiana – e sulla possibilità stessa di utilizzare questa categoria a fronte invece di molte esperienze che difficilmente si lasciano ingabbiare – elaborata dopo il ’68, Andrea Canevaro (La pedagogia cristiana oggi, La Nuova Italia, Firenze, 1975, del quale si veda anche la sintesi Don Zeno nella storia della pedagogia, in Maurilio Guasco, Paolo Trionfini (a cura di), Don Zeno e Nomadelfia. Tra società civile e società religiosa, cit.) attribuisce un particolare significato all’esperienza di Nomadelfia come uno dei punti di riferimento di una cultura alternativa: “un’educazione comunitaria per un’economia comunitaria, invece dell’educazione individualistica per l’economia individualistica” (p. 115). È soprattutto, a differenza di altre, un’esperienza che ha radici nel passato e che è meno conosciuta dai giovani degli anni Sessanta. Il profetismo di don Zeno, rileva Canevaro, determina un’educazione cristiana, è una proposta totale che determina costumi, comportamenti, modalità di relazione e di lavoro, insomma di vivere. La pedagogia di Nomadelfia è dunque radicale e si fonda sulle stesse ragioni che ne mettono in difficoltà l’esistenza, la possibilità di istituzionalizzarsi rimanendo se stessa: “sono in quel loro ‘non essere d’accordo’. Non essere d’accordo con l’ingiustizia della ricchezza accettata e condivisa quando accanto vi è la miseria” (p. 131). Ma è anche una proposta che nel momento che via via, pur non perdendo la sua capacità di essere provocazione, ha dovuto fare i conti con gli effetti di una persecuzione, ha scelto di essere soprattutto un modello silenzioso, anche dal punto di vista educativo (per esempio mettendo al centro l’educazione paterna al posto della scuola dell’obbligo, caratteristico di una certa educazione cristiana che non affronta il problema ma ritiene che nella testimonianza silenziosa, come la vita comunitaria, vi sia il senso dell’opposizione).
Roberto Mazzetti (Memorie di Don Zeno e di Nomadelfia, Parma, Guanda, 1956) pubblica una racconta di brani del sacerdote con un’introduzione nella quale accosta il sacerdote carpigiano sia a pedagogisti anglosassoni come William George e Homer Lane sia alla figura di Makarenko, cogliendo le profonde differenze del modello politico-sociale ed ideologico nel quale si iscrivono ma sottolineando la vicinanza nell’idea della costruzione di una comunità nella quale il giovane sia il cuore sia nello spirito di libertà, di fiducia, di lavoro disciplinato ma non schiavo, di costruzione di istituti di autogoverno (con il limite di Nomadelfia di non aver agito con sufficiente attenzione sugli aspetti organizzativi). Non sono esenti critiche, in particolare al “collettivismo arcaico” e al “massimalismo etico” dell’esperienza educativa di Nomadelfia ma nel complesso Mazzetti dà un giudizio molto positivo parlando di Nomadelfia come di un “grande poema pedagogico e le sue sono nobili bandiere al vento” (p. 26).
Edoardo Balduzzi e Alessandro Maderna (Considerazioni psico-sociali sulla comunità di Nomadelfia, Nomadelfia, 1969) fanno riferimento alla seconda stagione di Nomadelfia ma è rilevante nel loro giudizio il valore di “comunità terapeutica” per i disabili che è possibile grazie alla solidarietà comunitaria che consente un processo di socializzazione e risocializzazione educativa. Nella sua tesi di laurea Giuseppe Belotti, La concezione educativa di “Nomadelfia” e la sua proposta, Tesi di laurea, Facoltà di Scienze dell’Educazione dell’Università Pontificia Salesiana, Roma, a. a., 1975-1976, un cui estratto viene pubblicato l’anno successivo (La comunità familiare di Nomadelfia. Paternità e maternità in solido e i figli dell’abbandono, LAS, Roma, 1976), si concentra invece sul tema della crisi familiare e l’alternativa della “famiglia aperta” di Nomadelfia. Ma nelle sue pagine, analizza anche Nomadelfia come comunità educativa e comunità terapeutica, modello alternativo di scuola e società allo stesso tempo. In appendice al saggio si trova una breve storia di Nomadelfia e di don Zeno.
All’interpretazione sociologica di Bettenzoli (Nomadelfia utopia realizzata?, cit.) si è già fatto riferimento, ma va ricordato in questo contesto perché contiene anche una riflessione sul modello educativo della comunità. Gabriella Bogliancini Roberto, Una comunità educante, LEF, Firenze, 1980 rileva invece come il progetto di don Zeno sia stato caratterizzato in tutto il suo dipanarsi nei decenni dalla volontà di costruire una fraternità integrale e una piena realizzazione dell’uomo attraverso l’esperienza di una “scuola vivente” nelle diverse fasi della frequenza della scuola pubblica alla creazione di una scuola interna fino alla “scuola paterna”. Un giudizio dunque positivo ma nello stesso attento a mettere in luce come si tratti di un modello né generalizzabile né trasferibile. Al tema del modello di un’“utopia realizzata” come forma di pratica non priva di un carattere di profezia ma che tende, in una forma rivoluzionaria, a creare una società rinnovata, si rivolgono anche le osservazioni di Luciano Caimi, La formazione dell’«uomo nuovo» nel cattolicesimo italiano del Novecento. Esperienze, figure e problemi dagli inizi del secolo al Concilio, in “Annali di storia dell’educazione e delle istituzioni scolastiche, n. 9, 2002. Caimi vede il carattere più affascinante di quella esperienza nella capacità a un tempo di demifisticare i miti socio-culturali della società contemporanea e di indicare la via per una vita semplice, fondata su valori cristiani originari, mettendo in discussione i comportamenti, le sicurezze e gli stili invalsi e affermati di una società avanzata. Obiettivo davvero complesso e quanto mai difficile da tenere insieme, e che ne costituisce forza e debolezza, secondo il giudizio di Giorgio Campanini, Don Zeno e l’“utopia” di una società cristiana, in Don Zeno e Nomadelfia. Tra società civile e società religiosa, cit.
Giuseppe Acone (Relazione introduttiva, in L’educazione cristiana oggi, La Scuola, Brescia, 1985) inscrive invece la sua riflessione nella rivendicazione di un’educazione cristiana come unica strada e sfida possibile per uscire dalle secche di una crisi di valori. Una proposta socio-culturale che non deve essere caratterizzata da una sorta di invasione dei temi, del linguaggio e delle categorie cristiane nelle varie discipline ma dalla capacità di rinnovare la propria proposta come umanesimo cristiano, capace di cioè di offrire un “orizzonte di senso” (p. 34). In questa direzione, Nomadelfia costituisce un punto di riferimento ineludibile: “Don Lorenzo Milani e Don Zeno Saltini dicono a tutti oggi che la linfa vitale dell’ispirazione cristiana conferisce al progetto educativo del nostro tempo l’unico possibile carattere ‘rivoluzionario’” (p. 42).
Vi è poi come sempre in questa storia il ruolo personale di don Zeno come stimolo, spinta ed esempio. Lo si vede nella cronaca, redatta da Ada Ciribini Spruzzola, del Congresso nazionale di Pedagogia che si tiene all’Università cattolica del Sacro Cuore di Milano dal 7 al 9 settembre 1949 e al quale partecipa don Zeno (Educazione e società. Relazioni e comunicazioni al Congresso Nazionale di Pedagogia, 1949, La Scuola, Brescia, 1950): “Alla sistematica e pacata elaborazione del problema fatta dal Ministro [che interviene sul tema Scuola e Civiltà, ndr], succede l’impetuosa parola di don Zeno Saltini, il fondatore di Nomadelfia, esempio unico, tardivo tentativo di soluzione del problema educativo-sociale su un piano di vita spirituale eroica” (p. 203). Nel corso del congresso viene anche proiettato il documentario Nomadelfia, insieme a l’Istituto mutilatini di guerra che racconta l’esperienza di don Gnocchi e la Città dei ragazzi di Santa Marinella che ricostruisce la vicenda dell’esperienza di don Rivolta. Una sintesi del pensiero di don Zeno si trova in Introduzione alla pedagogia di Nomadelfia. Pedagogia evangelica, s.l, 1955.
Al proficuo ruolo del modello famigliare cattolico all’interno di convitti, collegi e villaggi dei fanciulli fa riferimento in modo assai connotato sotto il profilo religioso anche Norberto Galli, Pedagogia della coeducazione, La Scuola, Brescia, 1977. L’idea alternativa di famiglia attraversa naturalmente tutta la storia di Nomadelfia, anche quando la “crisi della famiglia” investe la società italiana e il dibattito culturale. In una pubblicazione del 1950 sulle condizioni e le prospettive della scuola nel dopoguerra, il Ministero della Pubblica istruzione nella parte dedicata alle Città dei Ragazzi definisce Nomadelfia una comunità “di tipo familiare” (Ministero della Pubblica istruzione, La ricostruzione della scuola italiana. Dalla fine della guerra alla riforma degli ordinamenti scolastici, a cura del Centro didattico nazionale, Roma, 1950, p. 80). Ugo Avalle, Michele Maranzana, Cultura pedagogica. I problemi, Paravia, Torino, 1998 sottolineano come proprio all’interno della crisi educativa della famiglia e di un necessario ripensamento dei suoi caratteri, Nomadelfia rappresenti un efficace sistema alternativo dove “famiglia e comunità si integrano perfettamente” (p. 143).
Negli anni Settanta, i temi etici della famiglia, dell’aborto e le posizioni della Chiesa rispetto alla libertà sessuale vedono don Zeno su una posizione rigorosamente conservatrice. Prendendo spunto dalla Dichiarazione della Sagra Congregazione della Dottrina della Fede circa alcune questioni di etica sessuale del 1975 e duramente criticata dal pensiero laico e radicale, Roberto Mazzetti (Lettera a don Zeno. Nomadelfia ed etica sessuale, Editrice A. Morano, Napoli, 1976) si rivolge a don Zeno rivendicando, pur da una posizione laica, le posizioni tradizionali rispetto a questi temi, individuando in Nomadelfia e nell’azione di don Zeno la migliore risposta in termini di pratica quotidiana di un cristianesimo attivo e capace di incardinarsi sulla famiglia.
Nel modello educativo e comunitario di don Zeno si intrecciano elementi di forte tradizionalismo cattolico e aspetti di modernità. Uno di questi, fin dagli anni Trenta, è la funzione popolare, comunicativa e pedagogica del mezzo cinematografico. Un’analitica ricostruzione dell’esperienza cinematografica di don Zeno a San Giacomo Roncole si trova in Remo Rinaldi, Umberto Casari, Don Zeno e il cinema a San Giacomo Roncole, Nomadelfia Edizioni, Grosseto 2013. Già rivolto ai Piccoli Apostoli, come ricordano diverse testimonianze (per esempio Umberto Casari, Armando Bozzoli, Don Zeno Saltini e il cinema, in “Quaderni della Bassa Modenese. Storia, tradizione, ambiente”, a. XXVII, n. 63, giugno 2013 e dello stesso autore I luoghi della memoria della Bassa Modenese, Baraldini, Finale Emilia, 2018), nel secondo dopoguerra don Zeno crea una casa di produzione a Nomadelfia – che ovviamente prende il nome della comunità – facendosi aiutare da sceneggiatori e registi di Cinecittà. Della sua volontà di creare una casa cinematografica a San Giacomo delle Roncole parla Cesare Zavattini in una lettera dell’8 agosto 1948 (Cesare Zavattini, Diario cinematografico, a cura di Valentina Fortichiari, Bompiani, Milano, 1979) in cui descrive così il sacerdote: “Gli occhi di don Zeno sono neri e sostengono qualsiasi sguardo per un’ora. Non brillano, non lampeggiano, guardano le cose a una a una con calma. Ignoravo che esistesse” (p. 73). Di questa volontà parla anche con don Alberione senza però avere riscontri positivi (Mario Sgarbossa, Giacomo Alberione, «Una meraviglia del nostro secolo» (Paolo VI), Edizioni Paoline, Milano, 2000. Dell’esperienza del cinematografo organizzata da don Zeno un breve cenno autobiografico si trova in Armando Bozzoli, Nella vita di tutti, Feltrinelli, Milano, 1956 (p. 53).
La volontà di costruire una rappresentazione pubblica di Nomadelfia passa attraverso diversi mezzi, con una particolare attenzione verso la fotografia. Esemplare da questo punto di vista la pubblicazione Don Zeno Saltini, Nomadelfia, Tipografia Tumminelli, Roma, 1948, composta da 34 pagine quasi esclusivamente fotografiche: decine e decine di immagini costruiscono un racconto che espressamente rinvia in parte al cinema, dato che le pagine sono costruite su un lato con fotografie incorniciate come fotogrammi. Il limitatissimo testo cambia così il ruolo tradizionalmente ancillare e residuale della fotografia incardinandosi forse consapevolmente nella diffusione che al tempo conosce il rotocalco.
Un ruolo altrettanto importante è svolto dalla pratica scolastica e dal modello pedagogico che la infonde, il cui impianto è descritto da Beatrice Matano, Vita di Nomadelfia, cit. Alla scuola elementare di Nomadelfia, attiva dal 1948-49 al 1951-52 (ma funzionano anche i Corsi popolari per ragazzi e ragazze analfabeti), e diretta da Beatrice Matano, dedica un paragrafo Renzo Gherardi, Parole di gesso. La scuola elementare a Carpi dall’Unità d’Italia ad oggi, Elis Colombini, Modena 2005. Il modello Nomadelfia compare anche narrazione educativa e base per lavori scolastici in un volume (Teresio Bosco, Il mondo mia patria, Torino, Società Editrice Internazionale, 1977) che si offre come sussidio didattico per insegnanti che intendano aiutare i preadolescenti a costruire un “progetto di vita”. Il capitolo su Don Zeno: proposta per l’umanità è nel capitolo “Uomini per la libertà e per la giustizia” insieme ai fratelli Scholl, Sandro Pertini, Alexandros Panagulis e un altro che non ho guardato: controllare sul libro). Proprio l’incontro con il sacerdote e l’esperienza della vita a Nomadelfia, convince un giovane universitario, Pino Quartana (Quando a scuola c’è il dialogo, Città Nuova, Roma, 1970), a tornare in città e nel mondo (“Quel mondo che secondo me andava cambiato, dove quell’amore che avevo vissuto, quell’antiegoismo che mi aveva alimentato avrei voluto diventasse di moda”, p. 14) e dedicarsi all’insegnamento. Si veda anche l’analisi del modello scolastico di Nomadelfia in Angela Giannelli, Don Zeno Saltini prete – rivoluzionario – educatore, in Giancane Daniele (a cura di), L’utopia pedagogica. Sette grandi educatori del Novecento, Levante edizioni, Bari, 2013.
Una delle caratteristiche più originali dell’esperienza di Nomadelfia è la figura della “mamma di vocazione”, superamento della maternità biologica a favore di una forma di servizio alla comunità dei bambini orfani o abbandonati. Alle radici c’è il modello di famiglia patriarcale nella quale don Zeno è cresciuto (su questo tema di veda Remo Rinaldi, Persone e ambienti nella formazione di don Zeno, in Maurilio Guasco, Paolo Trionfini [a cura di], Don Zeno e Nomadelfia. Tra società civile e società religiosa, Morcelliana, Brescia, 2001) e in generale un rapporto diverso tra famiglia e comunità (cfr. Giuseppe Belotti, La comunità familiare di Nomadelfia. Paternità e maternità in solido e i figli dell’abbandono, LAS, Roma, 1976). Sul più generale dell’affido familiare a Nomadelfia, Gianfranco Casciano, Don Zeno e l’affido familiare, in Maurilio Guasco, Paolo Trionfini (a cura di), Don Zeno e Nomadelfia. Tra società civile e società religiosa, Morcelliana, Brescia, 2001,
La prima è Irene Bertoni nel luglio 1941, seguita da altre giovani che si dedicano alla comunità dei Piccoli Apostoli, per poi continuare nell’esperienza di Nomadelfia dove anche le coppie, che diventano “famiglie di vocazione”, per i bambini senza genitori. Un racconto sintetico di questa esperienza in Piersandro Vanzan, Nomadelfia: “mamme di vocazione” e famiglie aperte, in “La civiltà cattolica”, a. 162, 3866, 16 luglio 2011. Irene diventa Renata – ma mantiene lo stesso cognome – nel romanzo di Giuseppe Pederiali, Il monastero delle consolatrici, Garzanti, Milano, 2014.
Norina Galavotti ha ricostruita la sua vicenda di “mamma di vocazione” nel volume autobiografico Norina [Galavotti], Mamma a Nomadelfia. Autobiografia di una madre di 74 figli, Grosseto, Nomadelfia 2002 (4a ed.) [1a ed. Edzioni San Paolo, 1995]. Nata in una famiglia povera di contadini, in una frazione di Mirandola, nel 1923, Norina frequenta da bambina don Zeno nella parrocchia di S. Giacomo Roncole, l’Azione Cattolica e il mondo dei ragazzi abbandonati e orfani che il sacerdote accoglie, Nel 1944 lascia la famiglia ed entra nell’Opera Piccoli Apostoli, seguendo la strada dell’amica Irene. È con don Zeno quando entra a Fossoli e occupa l’ex campo di concentramento e vi resta fino al 1952, raccontando diversi episodi di quell’esperienza (pp. 68-93: con brevi ritratti degli operatori cinematografici D’Urso e Balestrazzi, di Irene; ma anche i racconti della nuova Nomadelfia a Caprarecce e dello scioglimento di quella di Fossoli). Anche Valeria Cammertoni, Perchè Nomadelfia, Artestampa, Modena, 2008 ha ricostruito la sua vicenda di ragazza che entra a Nomadelfia nel 1949, raggiungendo la madre e i fratelli. Dopo un breve periodo sceglie di rimanere, malgrado l’opposizione della madre e diventa a diciott’anni madre di vocazione. In seguito, insieme al fidanzato Pietro viene inviata in Toscana a Porcarecce nella tenuta della Rosellana vicino a Grosseto.
Un’altra vicenda è quella di Nelusco e Anna (Papà e mamma a Nomadelfia, a cura di Mario Sgarbossa, Nomadelfia Edizioni, Grosseto, 2012) raccontata in forma romanzata da Sgarbossa che utilizza soprattutto i racconti di Nelusco e una testimonianza scritta di Anna. I due sono la prima coppia di sposi a Nomadelfia che ha avuto i figli in affido, prima concessi solo a donne singole. I giovani vengono sposati da don Zeno il 26 dicembre 1947, e il sacerdote affida loro i primi cinque figli che nel tempo avrebbero raggiunto il numero di cinquanta. Remo Rinaldi ricostruisce le vicende di alcune coppie di sposi a Nomadelfia nel dopoguerra nel volume Donne e uomini di don Zeno. Essere genitori a Nomadelfia, Edizioni Paoline Milano, 2016.
Un breve e semplice racconto dell’esperienza delle mamme di vocazione a Nomadelfia, all’interno di un volume realizzato per celebrare la “festa della mamma” è contenuto in Erminia Sempio Rossi, Eugenio Fornasari, Mamme di oggi. Storie vere, Edizioni Paoline Alba, 1973.
Don Zeno e la Chiesa
Nel progetto complessivo che la Chiesa cattolica fa emergere dopo la seconda guerra mondiale rivolto a rifondare una società cristiana e poi uno Stato cristiano, incarnati da Pio XII, uno degli spazi in cui il clero può agire con una certa libertà di azione, senza cioè essere completamente immerso nell’uso politico dell’intervento ecclesiastico, è quello dell’assistenza. Maurilio Guasco, Storia del clero in Italia dall’Ottocento a oggi, Laterza, Roma-Bari, 1997 sottolinea che proprio Nomadelfia assurge a modello di un progetto di utopia cristiana. Infatti, il clero italiano è presto coinvolto nel dopoguerra nel clima e nelle urgenze politico-ideologiche che si fondano su due assi portanti della battaglia cattolica ossia l’anticomunismo e l’appoggio convinto e aperto alla Democrazia cristiana, battaglia all’interno della quale il ruolo delle parrocchie e dei sacerdoti risulta strategico. Per questo, le esperienze di rinnovamento a cavallo dei due decenni – da don Zeno a don Mazzolari, da padre Turoldo a don Milani (Esperienze pastorali di quest’ultimo è del 1958 ma viene subito fatto ritirare dal commercio dal Sant’Uffizio) – si scontrano con il progetto conservatore della Chiesa e gli anni Cinquanta “si chiudevano con il tentativo da parte romana di ribadire il modello tradizionale e di evitare ogni rischio di modifica” (p. 251).
Nella sua sintesi sulla storia della Chiesa cattolica in Italia nel secondo dopoguerra, lo stesso Maurilio Guasco (Chiesa e cattolicesimo in Italia (1945-2000), EDB, Bologna 2001) inscrive don Zeno nel movimento di critica e rinnovamento del cattolicesimo in Italia e in Europa – ma anche di emersione dei pericoli di scristianizzazione e della scarsa efficacia nel contrastarli con i metodi tradizionali – che vede emergere figure di sacerdoti impegnati a produrre dall’interno un cambiamento nel rapporto con la società e con la politica. Rispetto a don Zeno, Guasco sottolinea l’originalità “del suo grande sogno, l’utopia cristiana di quel prete ostinato” che viene tuttavia “travolto da polemiche, da insensibilità e da qualche avventata scelta economica” (p. 35). Secondo Andrea Riccardi don Zeno si colloca come uno dei protagonisti di quel terreno carismatico di cui non si è fatta la storia per la difficoltà di ricostruire le vicende del sentimento religioso ma che mette in luce moltissime figure di primo piano del movimento di riforma, più o meno popolare, che caratterizza una parte del mondo cattolico dalla fine della seconda guerra mondiale al Concilio Vaticano II: da Benedetto Calati a don Dino Barsotti, da Giovanni Vannucci a padre Balducci, da don Mazzolari a Nazareno Fabretti fino appunto a don Zeno (su questo si veda Marco Impagliazzo (a cura di), La nazione cattolica. Chiesa e società in Italia dal 1958 ad oggi, Guerini e Associati, Milano 2006, p. 24). Quella fase di rinnovamento o perlomeno di spinta all’interno della Chiesa è affrontato anche nella sintesi di Gianni La Bella, Fare la carità: attività e attivismo, in Cristiani d’Italia. Chiesa, Società, Stato, 1861-2011, direzione scientifica di Alberto Melloni, 2 voll., Istituto dell’Enciclopedia italiana, Roma, 2011. Questa serie di aspetti sono ripresi e approfonditi nel volume Maurilio Guasco, Paolo Trionfini (a cura di), Don Zeno e Nomadelfia. Tra società civile e società religiosa, cit., in particolare nei saggi di Maurilio Guasco, Don Zeno nella storia del clero del secolo XX; Giorgio Vecchio, Don Zeno, la società italiana, la modernità; Andrea Riccardi, Don Zeno e la Santa Sede. Va ricordato che in seguito l’esperienza di Nomadelfia viene rivalutata come parte del quel rinnovamento del mondo cattolico che passa attraverso la costruzione di una rete di comunità (Agostino Favale, Comunità nuove nella Chiesa, Edizioni Messaggero, Padova, 2003).
Don Zeno e Nomadelfia sono al centro delle riflessioni dei sacerdoti e dei circoli che nella seconda metà degli anni Quaranta riflettono sulla necessità di una Chiesa meno prudente e più presente. Espressioni di queste esigenze sono il Convegno di Milano del 1947 e la nascita della rivista “Adesso” su spinta di don Mazzolari, del quale don Zeno tuttavia non condivide sempre la linea (Carlo Bellò, Primo Mazzolari. Biografia e documenti, Queriniana, Brescia, 1978, p. 165 e alcuni accenni in Primo Mazzolari, Diario 25 aprile 1945-31 dicembre 1950, a cura di Giorgio Vecchio, V, EDB, Bologna 2015). Sull’incontro tra don Zeno, il gruppo di “Adesso” e quello de “Il Gallo”, rivista di ispirazione religiosa fondata a Genova da un gruppo di cattolici antifascisti, cfr. Intellettuali cattolici tra riformismo e dissenso, a cura di Sergio Ristuccia, Edizioni di Comunità, Milano, 1975. Sulle posizioni del clero più avanzato in questi anni, cfr. Nando Fabro, I cattolici e la contestazione in Italia, Editrice Esperienze, Fossano, 1970 che ricostruisce anche un breve profilo della storia di Nomadelfia.
Il pensiero di don Mazzolari su Nomadelfia, in particolare, emerge con chiarezza dal rapporto epistolare con Sorella Maria di Campello e Primo Mazzolari (Sorella Maria di Campello, Primo Mazzolari, L’ineffabile fraternità. Carteggio (1925-1959), introduzione e note a cura di Mariangela Maraviglia, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, Magnano (Bi), 2007). Don Mazzolari incontra don Zeno alla fine del 1949. La realtà operosa di Nomadelfia appare al servita come la migliore risposta al rischio di una sempre maggiore distanza tra la vocazione e le trasformazioni della realtà: “ci siamo entusiasmati fino a sognare di togliere dal secolare ozio il nostro ordine, con l’indirizzarlo in un piano di lavoro non dissimile da quello di D. Zeno”, scrive in una lettera a Sorella Maria il 5 giugno 1950, p. 156; ma si veda anche la lettera del 29 dicembre 1950 quando si trova a Nomadelfia e sottolinea: “Una nuova vita scorre in me, non è l’entusiasmo del neofita né il piacere dell’avventura avvincente, è la coscienza dell’accrescimento di fraternità verso tutto e tutti, dell’identificazione con i reietti, del servizio all’uomo”, p. 161. E il duro attacco contro la comunità da parte delle gerarchie ecclesiastiche gli pare la dolorosa conferma di una volontà di confessionalizzare lo Stato, di affermare un “totalitarismo cattolico” sul modello di Franco e Salazar (lettera del 2 aprile 1952 in cui lo riferisce proprio alla volontà di chiudere Nomadelfia, p. 176), confermato dalla sconfitta riformista di cattolici come Dossetti, a cui si aggiunge il suo allontanamento da Nomadelfia imposto dai superiori nel 1952.
Dagli anni Venti don Zeno ha costanti rapporti con i tre vescovi che si succedono a Carpi: Giovanni Pranzini (1925-1935), Carlo de Ferrari (1936-1941) e Vigilio Federico della Zuanna (1941-1952) la cui azione pastorale si intreccia non solo con la formazione e le scelte del sacerdote di Fossoli ma anche con le principali organizzazioni che nascono sotto la sua guida come l’Opera Piccoli Apostoli e Nomadelfia, nonché con il complesso rapporto prima tra Chiesa e fascismo, poi nel tempo di guerra, in seguito tra Repubblica di Salò e Resistenza, infine con la nascita della Repubblica, la Guerra Fredda e i rapporti con i due principali partiti della Democrazia cristiana e comunista. Un quadro generale dell’azione vescovile lo traccia Cecilia Tamagnini, Momenti della pastorale della carità, in Storia della Chiesa di Carpi, vol. 2, Percorsi tematici, a cura di Andrea Beltrami, Alfonso Garuti, Anna Maria Ori, Mucchi, Modena, 2007 con una particolare attenzione al rapporto tra i vescovi e l’associazionismo cattolico (ma senza accenni a Nomadelfia). Per un quadro delle principali trasformazioni del rapporto tra società carpigiana e Chiesa tra le due guerre, cfr. Paolo Trionfini, Dall’Ottocento alla seconda guerra mondiale, in Storia della Chiesa di Carpi, vol. 1, Profilo cronologico, a cura di Andrea Beltrami, Anna Maria Ori, Mucchi, Modena, 2006. Sul secondo dopoguerra si veda invece Enrico Galavotti, Dalla seconda guerra mondiale al Duemila, in Storia della Chiesa di Carpi, vol. 1, Profilo cronologico, a cura di Andrea Beltrami, Anna Maria Ori, Mucchi, Modena, 2006 che sottolinea il costante appoggio del vescovo Della Zuanna a don Zeno nei momenti difficili per la sopravvivenza di Nomadelfia e che abbandona il suo ruolo, quasi simbolicamente, alla fine del 1952 quando la vicenda della comunità fossoliana entra nella sua fase di maggiore crisi. Su Dalla Zuanna, il suo ruolo nella storia di Nomadelfia e i suoi rapporti con don Zeno dagli anni Trenta fino alla crisi della comunità e il suo spostamento, si veda la ricostruzione di Remo Rinaldi, La resistenza di un Vescovo. Vigilio Federico Dalla Zuanna vescovo di Carpi tra guerra e ricostruzione, Edizioni San Paolo Cinisello Balsamo, 1996. Una sintesi divulgativa della presenza della Chiesa a Carpi e delle esperienze religiose tra le due guerre e nel secondo dopoguerra si trova in Dante Colli, I ragazzi del Campo… e dintorni, Ed. Il Portico, Carpi, 1996. Sulla stampa cattolica si veda la sintesi Enzo Corradi, Cento anni di stampa cattolica a Carpi, in Dante Colli, Lûs e ômbri. Storie da non perdere, Il Portico, Carpi 2004.
Don Zeno mantenne negli anni anche un rapporto costante con don Vasco Pirondini. Le lettere scambiate tra i due sacerdoti si possono trovare in Barbara Paterlini, Maria Elena Aperlo (a cura di), Epistolario di Don Vasco Giuseppe Pirondini. 1 Con la Comunità di Nomadelfia, Sts italiana, 1999. I diari relativi agli anni interessati qui e con riferimenti a don Zeno e a Nomadelfia sono Don Vasco Pirondini, Diario 1943-45, s.e, s.l, 2011 e Testimonianze riguardanti don Vasco Giuseppe Pirondini, s.e, s.l, 2013. Costanti i rapporti che don Zeno mantiene con molte comunità di sacerdoti e suore. Un particolare rapporto conserva negli anni con il monastero delle clarisse di Carpi dove a ventitré anni entra la sorella Anita che prende il nome di Suor Scolastica. Alcune delle lettere tra i due –nelle quali la sorella si riferisce sempre a Nomadelfia come Opera dei Piccoli Apostoli – sono riprodotte in Gabriella Contini, La comunità delle sorelle nel secolo XX, in Le Clarisse in Carpi. Cinque secoli di storia XVI-XX, vol. I, Saggi, a cura di Gabriella ZArri, Fondazione Cassa di Risparmio di Carpi, Carpi 2003.
Viene accolto per lunghi periodi negli anni Venti e Trenta da don Calabria, a cui rimane legato tutta la vita e che costituisce uno dei suoi più significativi punti di riferimento per quanto riguarda il pensiero religioso e le sue scelte come sacerdote. Sul loro rapporto, Gian Paolo Marchi, Il riconoscimento di una paternità spirituale. Don Zeno Saltini e Don Giovanni Calabria, in Maurilio Guasco, Paolo Trionfini (a cura di), Don Zeno e Nomadelfia. Tra società civile e società religiosa, Morcelliana, Brescia, 2001, Un breve cenno al rapporto tra i due sacerdoti nella biografia di don Calabria (Mario Gadili, San Giovanni Calabria, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (Milano), 1999) ma si vedano anche le pagine dedicate al loro rapporto in Romolo Lodetti, I fioretti di don Calabria. Episodi, fatti, incontri, dialoghi, Edizioni Dehoniane, Roma, 1994 e in Mario Gadili, Tutto il mondo è campo di Dio. Rapporti di amicizia e di stima tra san Giovanni Calabria e vari Fondatori di Istituti e personalità nella Chiesa, s.i.p., Verona 2004.
Moltissime le pagine che Remo Rinaldi, Storia di don Zeno e Nomadelfia, cit. dedica al pensiero religioso di don Zeno, ai suoi rapporti con il clero locale e con le autorità ecclesiastiche romane, ai molti interlocutori che, per lo più in forma epistolare, il sacerdote interpella per chiedere consiglio, cercare appoggio, interrogarsi sul suo percorso e sul destino di Nomadelfia. Si veda in questo senso anche Remo Rinaldi, Don Zeno Turoldo Nomadelfia. Era semplicemente Vangelo, Centro editoriale dehoniano, Bologna, 1997. Più che centrato sul rapporto tra Chiesa e don Zeno, il volume di Don Roberto A.M. Bertacchini, Il carisma dell’unum in don Zeno di Nomadelfia, Stampato in proprio, Roma, 2016 affronta il tema del carisma (in senso religioso e non weberiano) del sacerdote carpigiano, della sua eventuale santità e della spiritualità della comunità di Nomadelfia. Interessante la copertina che riproduce un gruppo di bambini in una classe di Nomadelfia e un insegnante che è il padre dell’autore, come segnalato nell’introduzione. È un’indicazione che colloca e definisce una fotografia, senza didascalia, presente nell’Archivio del Comune di Carpi.
Don Zeno e la politica
Quello di don Zeno con la politica è un discorso estremamente complesso perché intreccia la sua visione del mondo con la percezione che si ha nel dopoguerra della sua azione da parte delle forze di governo, nazionale e locali, e con il clima della Guerra Fredda. Sulla Chiesa cattolica in Italia nel dopoguerra, cfr. Giovanni Miccoli, La Chiesa di Pio XII nella società italiana del dopoguerra, in Storia dell’Italia repubblicana, vol. 1, La costruzione della democrazia. Dalla caduta del fascismo agli anni cinquanta, Einaudi, Torino, 1994. Sul rapporto tra Chiesa e organizzazioni cattoliche C. Falconi, La Chiesa e le organizzazioni cattoliche in Italia (1945-1955), Edizioni di Comunità, Torino, 1960; Agostino Giovagnoli, La Pontificia Commissione Assistenza e gli aiuti americani (1945-1948), in “Storia contemporanea”, IX, 1978. Sugli aiuti all’infanzia orfana da parte delle organizzazioni religiose (ma anche laiche), si vedano Bruno Maida, I treni dell’accoglienza, cit. e Id., Sciuscià, cit.
Tra la fine della guerra e i primi anni Cinquanta Don Zeno si fa promotore di movimenti politici popolari in tre occasioni: nel 1945 con il movimento populista cosiddetto dei “due mucchi”; nel 1946 con il movimento della solidarietà umana; nel 1950 con il movimento della fraternità umana. In generale, il sacerdote “progetta i suoi movimenti con il fine della trasformazione cristiana della società, mediante il perseguimento della giustizia sociale e della fraternità umana, tentando di accordare la vita e la politica sociale del Vangelo” (Remo Rinaldi, Un’antipolitica cattolica. I movimenti politici di don Zeno Saltini. San Giacomo di Mirandola, 1945 e 1946; Fossoli di Carpi, 1950; Nomadelfia di Grosseto, 1977, Cantagalli, Siena, 2017, p. 9). Si veda anche Remo Rinaldi, I movimenti popolari politici di Don Zeno Saltini nella bassa modenese (1945-1946-1950). Gli atteggiamenti e le decisioni del Governo e del Ministro Scelba, della Santa Sede e dei Monsignori Ottaviani e Montini, del Vescovo di Carpi Vigilio Federico dalla Zuanna, Edizoni Fiorini, Verona, 2002. Una sintesi della sua attività politica si trova in P. Trionfini, Don Zeno e la vita politica italiana (1940-1962), in Maurilio Guasco e Paolo Trionfini Don Zeno e Nomadelfia, cit.
Tra maggio e giugno 1945 don Zeno si muove nella zona di Modena e Mantova pronunciando una trentina di discorsi e nel frattempo è vicesindaco del comune di Mirandola (F. Montella, La paura, le macerie, la rinascita. Occupazione tedesca, bombardamenti alleati e avvio della ricostruzione nella Bassa Modenese (1943-1946), Quaderni della Bassa Modenese, n. 62, San Felice sul Panaro, 2012. Sulla sua attività nella fase della “resa dei conti” in quella zona, Remo Rinaldi, Un’antipolitica cattolica, cit. e in generale G. Fantozzi, Vittime dell’odio. L’ordine pubblico a Modena dopo la liberazione (1945-1946), Euprom, Bologna, 1990. Nel corso di uno dei discorsi che tiene a Carpi enuncia la sua idea dei “due mucchi”, ossia esorta le persone a dividersi in due parti, i poveri da una parte e i ricchi dall’altra, senza distinzioni ideologiche o religiose. Sul fallimento del movimento politico che don Zeno vorrebbe suscitare, visto inizialmente con simpatia dalle forze di sinistra (che tuttavia in seguito lo boicotteranno non riconoscendosi il sacerdote nelle forze organizzate: Antonio Saltini, Don Zeno. Il sovversivo di Dio, cit.) e ostacolato soprattutto da sacerdoti locali (sul parroco di Gonzaga che nell’agosto 1945 lo accusa di minacciare l’ordine si veda L. Cavazzoli, Guerra e Resistenza. Mantova 1940-1945, cit.) e dalle autorità ecclesiastiche locali, si vedano Daniele Bettenzoli, Nomadelfia utopia realizzata?, cit. e Fausto Marinetti, L’eresia dell’amore. Conversazioni con don Zeno Saltini, cit.
Il movimento della solidarietà umana del 1946 si colloca in una fase particolarmente drammatica della storia del territorio con l’uccisione, nel mese di gennaio. di don Francesco Venturelli. Sulla vicenda R. Rinaldi, L’arciprete di Fossoli Francesco Venturelli, in Scintille di luce. Protagonisti della spiritualità e della storia modenese, a cura della provincia di Modena e delle Diocesi di Modena, Carpi, Reggio-Guastalla, Bologna, Modena, 2000 e soprattutto il lavoro di ricerca di Gianluca Fulvetti, in corso di pubblicazione. Un mese dopo viene pubblicato Per l’Umana Solidarietà (gli autori risultano I Padri di Famiglia Piccoli Apostoli e l’opuscolo è stampato dalla Tipografia Piccoli Apostoli, S. Giacomo Roncole, 1946). Le idee espresse nell’opuscolo, dietro alle quali è evidente la presenza di don Zeno, appaiono avvicinarsi a quelle del Partito della Sinistra Cristiana fondato da Rodano e Ossicini, poi disciolto alla fine del 1945 (Francesco Malgeri, La sinistra cristiana (1937-1945), Morcelliana, Brescia, 1982) [verificare]. Malgrado l’ostilità delle autorità ecclesiastiche don Zeno è presente con i suoi discorsi in diversi paesi. Dei suoi discorsi a Vignola, un accenno dei tre previsti nel febbraio 1946 (uno dei quali durante una “Veglia rossa”) nella cronaca di Mario Menabue, Valpanaro – Cronologia 1918 – 1948, Vignola, Ediz. Grafiche, 1994. Un colpo decisivo per il fallimento del suo movimento viene da un altro omicidio che ha grande eco, quello di don Umberto Pessina, parroco di San Martino di Correggio, compiuto da ex partigiani comunisti (la vicenda è stata ricostruita da Frediano Sessi, Nome di battaglia: Diavolo. L’omicidio don Pessina e la persecuzione giudiziaria contro il partigiano Germano Nicolini, Marsilio, Venezia, 2000). In questo periodo emerge con maggiore evidenza il suo contrasto con la Democrazia cristiana all’interno di una fase complessa di definizione del partito e del rapporto con la democrazia: Francesco Malgeri (a cura di), 1943-1948. Le origini: la DC dalla Resistenza alla Repubblica, Cinque Lune, Roma, 1987 e A. Ricciardi, Intransigenza e modernità, Laterza, Bari, 1996.
Esattamente quattro anni dopo, nel febbraio 1950, don Zeno prova a ricostruire il movimento avviato nel 1946, in un clima politico di scontro sempre maggiore tra comunisti (scomunicati nel 1949) e cattolici, anche alimentato dal movimento per la pace sorto in seguito all’adesione italiano alla Nato. Le posizioni dei cattolici in funzione anticomunista in questa fase, cfr. A. Riccardi, Il “Partito Romano” nel secondo dopoguerra (1945-1954), Morcelliana, Brescia, 1983. Sulla storia del movimento della fraternità umana si vedano le pagine dedicate da Remo Rinaldi, Un’antipolitica cattolica. I movimenti politici di don Zeno Saltini, cit. Don Zeno inizia a diffondere il suo progetto che culmina nel congresso di Modena dell’agosto 1950 (per il quale si veda il numero speciale de “La Giusta Via”, distribuito in 30 mila copie, del 22 agosto). Le posizioni di don Zeno emergono anche dalle lettere scritte in quel periodo (Don Zeno Saltini, Lettere da una vita, cit.). Viene anche ripreso il tema del “Fê du mucc” che in un manifesto del 1950 ma anche da una vignetta di un giornale umoristico locale, “Al Svui” (Carpi come rideva. Raccolta dai giornali umoristici carpigiani dal 1881 al 1966, Cooperativa Grafica, Carpi, 1978) in cui si vede don Zeno che nel 1945 arringa la folla con queste parole e poi dovendo scegliere tra i due campi, rappresentati da una parte da una cassaforte dall’altra dalla falce e martello insieme agli attrezzi del lavoro nei campi, alla fine si vede che guida un camion in direzione di Fossoli sopra al quale ci sono entrambi e la scritta recita: “Come Salomone! Bravo!” Sui discorsi del 1950, cfr. Annamaria Campagnoli, I discorsi di don Zeno al popolo nel 1950, in Maurilio Guasco, Paolo Trionfini (a cura di), Don Zeno e Nomadelfia. Tra società civile e società religiosa, cit.
Assai più complesso il suo rapporto con gli uomini politici, in gran parte democristiani. Tracce di una corrispondenza in una sola direzione – raramente sono presenti risposte alle sue insistenti lettere per chiedere aiuto per le sue iniziative o per far andare avanti Nomadelfia con le sue difficoltà economiche – si trovano nel suo vasto epistolario presso l’Archivio di Nomadelfia e in parte nelle Lettere da una vita, cit. (come nel caso di Dossetti e Scelba) Andreotti ricorda un episodio curioso nel suo diario degli anni Settanta ossia di averlo aiutato consentendo a un ufficiale alleato di cacciare nella tenuta di Castelporziano e ottenendo in cambio un finanziamento per Nomadelfia (Giulio Andreotti, Diari 1976-1979. Gli anni della solidarietà, Rizzoli, Milano, 1981, p. 71). L’episodio è raccontato dallo stesso Andreotti nel discorso che pronuncia nel 1991 a Nomadelfia e riportato in Leonardo Sapienza, Roberto Rotondo (a cura di), I miei santi in Paradiso. L’amicizia di Giulio Andreotti con le figure più note del Cattolicesimo del Novecento, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano, 2018 (pp. 106-112). Nello stesso discorso sostiene che in privato don Zeno diede consigli ai costituenti in particolare nell’elaborazione degli articoli relativi alla famiglia.
Pensiero e scrittura di don Zeno
Don Zeno scrive e racconta moltissimo. È vastissimo l’insieme delle pagine in cui ripete o approfondisce gli aspetti essenziali del suo pensiero. Nel 2002, in occasione del centenario della nascita di don Zeno, le edizioni di Nomadelfia hanno ripubblicato in una collana dodici dei suoi scritti (Don Zeno di Nomadelfia, 12 libri, Nomadelfia Edizioni, Grosseto, 2002) accompagnati da una serie di utili apparati, curati da Mario Sgarbossa.
Il primo libro che don Zeno scrive è Tra le zolle, pubblicato nel 1940 e scritto nel corso di quattro anni. Alcuni capitoli appaiono, a partire dal 1936, nel settimanale “Piccoli Apostoli”. Approvato dalla Curia nel febbraio 1940 e stampato dalla tipografia dei Piccoli Apostoli a S. Giacomo Roncole in aprile, nel testo il sacerdote ripercorre molti passaggi della sua vita – dall’esperienza sotto le armi nel 1920 alla creazione dei Piccoli Apostoli – per far emergere il messaggio evangelico che caratterizzerà tutti i suoi scritti. Nell’introduzione si rivolge al lettore e scrive che si tratta del primo libro ma che “non è improbabile che sia anche l’ultimo”. E sottolinea che non ha voluto parlare di se stesso ma al cuore del lettore. Il secondo libro che pubblica è I due regni, scritto tra l’aprile e l’ottobre 1941 e che viene stampato alla fine dell’anno, considerando anche il successo che ha avuto Tra le zolle. È un libro che riprende i temi centrali del pensiero di don Zeno sulla società e sulla famiglia, e che si colloca in un momento nel quale la buona riuscita dell’esperienza dei Piccoli Apostoli si incrocia con l’arrivo nella comunità di Irene Bertoni, la prima “mamma di vocazione”.
Nel luglio 1944 viene pubblicato da una tipografia romana, Guerra & Belli, Alle radici, che comprende le sue meditazioni rivolte ai Piccoli Apostoli, scritte a Piedimonte d’Alife (provincia di Caserta) e riviste da Beatrice Matano. È una fase in un cui don Zeno è nel Sud Italia – raggiunto dopo l’8 settembre insieme a venticinque ragazzi della comunità – dove misura la condizione analogamente drammatica di bambini e giovani, cercando inutilmente appoggi e consensi per i suoi progetti. La rivoluzione sociale di Gesù Cristo viene scritto nella primavera del 1944 ma pubblicato solo nel settembre 1945. In esso compare con sempre maggiore forza la condanna delle ingiustizie, della necessità di affermare la dignità dell’uomo, imporre la “fraternità economica” e combattere lo sfruttamento del lavoro. La storia del libro [ma vedere anche intro] e un’analisi del suo contenuto in relazione a don Zeno e alle vicende storiche del periodo è stata analizzata da Umberto Casari, Un libro di don Zeno Saltini stampato a San Giacomo Roncole nel 1945: La rivoluzione sociale di Gesù Cristo, “Quaderni della Bassa Modenese. Storia, tradizione, ambiente”, a. XIII, n. 35, giugno 1999.
Nel pieno delle polemiche e dei conflitti che segnano la situazione economica di Nomadelfia e le prospettive politiche di don Zeno rivolte a creare un Movimento della Fraternità Umana, il sacerdote scrive nei primi mesi del 1951 un breve testo, Dopo venti secoli, che viene stampato in aprile, suscitando qualche malumore nella Chiesa. Il volume viene indicato come scritto da don Zeno ma approvato dalla comunità e vuole essere la spinta religiosa che vuole dare ai fedeli e alle forze economiche, sociali e politiche nel sostenere la comunità di Fossoli e quella nuova di Grosseto. Sempre nel 1951 compare La soluzione sociale proposta da Nomadelfia, a cui abbiamo già fatto riferimento come testo presentato in occasione del congresso dell’agosto 1950 del Movimento della Fraternità Umana.
Nel 1953 appare Non siamo d’accordo che viene scritto dal sacerdote dopo il suo allontanamento da Nomadelfia e il processo di Bologna per “truffa e millantato credito”. Don Zeno attacca la Democrazia cristiana che non si impegna a risolvere quelle che per lui sono le vere urgenze, ossia il pagamento dei debiti e la sistemazione di chi non ha più un posto dove stare. Il libro ha un immediato successo, conosce due ristampe e viene utilizzato elettoralmente dai giornali di sinistra che trasformano le sue invettive in propaganda. Don Zeno è costretto a una ritrattazione imposta dal vescovo di Carpi ma il libro non viene messo all’indice. Il volume viene ricordato anche da Giovanni Miccoli (La Chiesa di Pio XII, in Storia dell’Italia repubblicana, vol. 1, La costruzione della democrazia, Torino, Einaudi 1994) come uno dei segnali che nella Chiesa indicano un disagio e una difficoltà.
Nel 1956 pubblica nella tipografia di Nomadelfia L’uomo è diverso che, a suo modo di vedere, costituisce in realtà il suo primo libro consapevolmente scritto, avendo compiuto 55 anni, età dalla quale si era impegnato con il vescovo Pranzini, prima della sua morte, di scrivere “su quanto Dio sta operando in te e con te”. Il secondo volume de L’uomo è diverso prende il titolo di Sete di giustizia. Pro manoscritto e viene pubblicato nel 1956). Non ci sono riferimenti a Fossoli o comunque alla storia precedente in Don Zeno di Nomadelfia, Dirottiamo la storia del rapporto umano, Pro manoscritto, aprile 1974, che riepiloga una serie di temi legati al presente della comunità e della sua spiritualità. Alla fine degli anni Sessanta nasce un altro libro di don Zeno nel clima della contestazione ecclesiale: L’unione tra la Chiesa e il nuovo popolo dei Nomadelfi. Ma il sacerdote non si lascia coinvolgere dalla contestazione e, pur influenzato dal dibattito pubblico ed ecclesiastico, mette al centro l’agire e le opere, intendendo Nomadelfia, peraltro in assoluta continuità con tutta la sua storia, l’incarnazione di questo modello.
Fausto Marinetti (L’eresia dell’amore. Conversazioni con don Zeno Saltini, Borla, Roma, 1999) ha raccolto le conversazioni di un decennio (1969-1979) con don Zeno in un volume che attraversa le questioni principali della sua visione del mondo, dalla costruzione di un uomo e un popolo nuovi alla pedagogia applicata di Nomadelfia, dal rapporto con la Chiesa all’idea di famiglia e di comunità politica. Una raccolta scelta di brani tratti dagli scritti di don Zeno compare già nel 1956 curata da Roberto Mazzetti (Memorie di Don Zeno e di Nomadelfia, Parma, Guanda, 1956). Una raccolta di “meditazioni inedite” (che si dipanano dal 1938 al 1980) viene pubblicata dai Nomadelfi nel 1989, in ricordo del fondatore, nel 1989 con il titolo Dimidia hora, dedicata al papa Giovanni Paolo II e stampata in proprio.
Nel corso degli anni, don Zeno interviene sui vari argomenti, sociali e religiosi, che segnano lo sviluppo culturale e politico italiano. Tra i molti si può ricordare la sua dura e ovvia contestazione dell’aborto (“Nomadelfia ha strappato all’abbandono e alle grinfie dell’aborto oltre quattromila innocenti”) in Don Zeno Saltini, Pover putein!, in Adriano Bompiani et al., Sì o No all’aborto?, a cura di Piergiorgio Beretta, Ed. Paoline, s.l., 1975. Ma anche la sua riflessione sul matrimonio (Don Zeno Saltini, L’esperienza di Nomadelfia, in Il matrimonio, a cura di Antonio Ugenti, Edizioni Paoline Milano, 1971) che parte dalla critica alla civiltà contemporanea come “manicomio criminale” (p. 153) e propone l’espansione del modello di Nomadelfia come comunità di famiglie non fondate sul sangue ma sulla scelta e sulla solidarietà, unica via, secondo il sacerdote, per superare la famiglia borghese e gli errori degli Stati e della Chiesa. Sono questi, secondo lui, che di fatto legittimano, o perlomeno non contrastano i mali profondi della società a partire dal consumismo e dall’egoismo. La sua idea di cultura e della scienza come espressione della rivelazione, al di fuori della quale non ha senso né utilità la riassume nel suo Discorso di don Zeno sulla cultura, tenuto a Nomadelfia nel febbraio 1951 a chiusura del Congresso annuale dei cittadini, a cura degli Amici di Nomadelfia, [1985].
Don Zeno produce anche un enorme epistolario, ancora in buona parte inedito. Una raccolta delle sue lettere si trova nei due volumi Lettere da una vita, Edizioni Dehoniane, Bologna, 1998. Don Zeno di Nomadelfia, Nasceva Nomadelfia in un bambino di campagna…, a cura di Zaira di Nomadelfia, Nomadelfia Grosseto, 2007 è invece una scelta di lettere – ma anche scritti e meditazioni – non commentate del sacerdote dal 1923 al 1980 che si presenta come una sorta di biografia o autobiografia attraverso le sue parole. Almeno questo sembra l’intento, non essendo accompagnata da alcuna introduzione ma essendo il volume realizzato dalla casa editrice della comunità.
Don Zeno utilizza spesso il dialetto carpigiano come strumento di semplificazione e immediatezza popolare nel rapporto con i fedeli, sia nella scrittura sia nell’oralità, costruendo delle forme e dei modi di dire che divengono concettualizzazioni stesse della sua visione del mondo (come appunto nel caso del “Fê du mucc”). È però un intreccio tra lingua italiana e dialetto, costruita per rapporti e complesse gradazioni che tende a individuare la lingua parlata dalla gente comune, quello che don Zeno chiama “italiano di uso locale”. Un’analisi della lingua di don Zeno si trova in Fabio Marri, Verità in lingua e dialetto secondo Don Zeno Saltini, in Gianpaolo Borghello, Manlio Cortelazzo, Giorgio Padoan (a cura di), Saggi di linguistica e di letteratura in memoria di Paolo Zolli, Editrice Antonore, Padova, 1991 (con un glossario delle principali parole ed espressioni utilizzate da don Zeno). Marri riprende in seguito e sviluppa il tema in Lingue di terra. Storia di una patria possibile, Modena, Mucchi 2007, nel capitolo Come parlava don Zeno e soprattutto in Fabio Marri, Come parlava don Zeno, in Maurilio Guasco, Paolo Trionfini (a cura di), Don Zeno e Nomadelfia. Tra società civile e società religiosa, Morcelliana, Brescia, 2001. Alcuni riferimenti si trovano anche in Fabio Marri, Approssimazioni intorno alla lingua di Cavicchioli e vicini, in “Quaderni della Bassa modenese. Storia, tradizioni, ambiente”, a IX, n. 28, dicembre 1995.
Relazioni di don Zeno con scrittori, intellettuali, ecc.
Don Zeno entra in contatto con moltissime figure di intellettuali soprattutto dell’Italia del secondo dopoguerra, interessate e incuriosite sia della figura originale del sacerdote sia dell’esperimento di Nomadelfia che, in ambito laico quanto confessionale, appare una indubbia novità nel campo dell’assistenza, dell’educazione e dell’idea stessa di comunità religiosa e di famiglia.
Tra le figure indubbiamente più importanti nella storia di Nomadelfia e all’interno di un’influenza reciproca – compreso un rapporto complesso e a tratti difficile – vi è Danilo Dolci. Don Zeno lo conosce alla Corsia dei Servi di Milano nel 1950, e qui inizia un dialogo e un rapporto di lavoro e riflessione che dura fino al 1952. Dolci si trasferisce a Nomadelfia e di don Zeno diventa segretario e braccio destro, elaborando un progetto di creazione di una borgata a Ciafarello, come seconda sede di Nomadelfia sul terreno regalato vicino a Grosseto da Giovanna Albertoni Pirelli. La “conoscenza-esperienza” di Nomadelfia, “nido caldo” come la definisce Dolci, che gli serve per essere “ripulito ed essenzializzato” (le espressioni sono contenuti nell’articolo Ciò che ho imparato, in “Saturday Review”, luglio 1967, poi in Danilo Dolci, Inventare il futuro, Laterza, Bari, 1968, p. 14) è per lui un passaggio per una conoscenza più ampia del mondo che lo porta in Sicilia a Trappeto (e non a caso Norberto Bobbio nell’introduzione a Danilo Dolci, Banditi a Partinico, Laterza, Bari, 1955, parla di “primo tirocinio” svolto da Dolci a Nomadelfia prima di andare in Sicilia). Dolci scrive diverse poesie a Nomadelfia, ispirate alla sua esperienza nella comunità di Fossoli, contenute per esempio in Poema umano, Einaudi, Torino, 1974. Scrive una raccolta di poesie all’inizio degli anni Cinquanta, Voci nella città di Dio (Società Editrice Siciliana, Mazara, 1951), la cui ispirazione è legata al suo soggiorno a Nomadelfia (insiste, sul ruolo di Nomadelfia nella poesia di Dolci, Pier Paolo Pasolini nella sua analisi della raccolta in “Fiera letteraria, VI, 36, 23 settembre 1951, ora in Saggi sulla letteratura e sull’arte, t. 1, a cura di Walter Siti e Silvia De Laude, Milano, Mondadori 1999). Nel 1956 pubblica Poesie (Canevini Editore Milano, 1956) in cui i primi sedici componimenti – o “frammenti”, come li chiama, scritti tra il 1951 e il 1953 – sono nati a Nomadelfia.
Sulla vicenda di Dolci nella comunità di don Zeno e sull’influenza che ebbe nelle sue attività successive in Sicilia, si vedano le pagine che gli dedica Marco Grifo, Le reti di Danilo Dolci. Sviluppo di comunità e nonviolenza in Sicilia occidentale, Franco Angeli, Milano, 2021. Nei moltissimi ritratti biografici di Dolci, spesso celebrativi, vengono riconosciuti comunque don Zeno come suo maestro di vita e Nomadelfia come esempio di comunità, sebbene poi rimodellato (tra i più significativi, Aldo Capitini, Danilo Dolci, Lacaita Editori, Manduria, 1958). Utili riflessioni sul carattere di don Zeno, sulla vita quotidiana e sulle novità della comunità così come appare a Dolci nel 1948, sulla centralità dello sguardo dell’infanzia e sul ruolo del modello educativo per creare una società rinnovata ma anche sui limiti del sacerdote (per cultura, per chiusura verso determinate novità come l’obiezione di coscienza verso il servizio militare e per la chiusura autosufficiente della comunità che fa apparire don Zeno “non il tipo santo dell’Ottocento ma simile a un buon leone, un leone attento a potenziare la sua forza enorme”, p. 33) si trovano nel volume-intervista di Giacinto Spagnoletti, Conversazioni con Danilo Dolci, Mondadori, Milano, 1977. Una breve sintesi dell’esperienza di Dolci a Nomadelfia si trova anche in Giacomo Martini, Luca Rolandi, Danilo Dolci. La via pacifica al cambiamento. In cammino da Sezana, Pozzolo Formigaro, Nomadelfia e Trappeto al mondo, Edizioni Mille, Torino, 2022.
Un rapporto che ha una certa consuetudine è quello con Dino Buzzati che don Zeno va a trovare diverse volte dopo la nascita di Nomadelfia al “Corriere della Sera” e a casa sua, mentre lo scrittore fa una visita a Fossoli all’inizio di maggio 1949, forse nello stesso giorno in cui per la prima volta la contessa Albertoni Pirelli si reca anch’essa a Nomadelfia, come si evince dall’articolo Apposta dall’Inghilterra per visitare Nomadelfia (“Corriere della Sera, 12 maggio 1949) e come è stato ricostruito da Sara Di Santo Prada, Il coraggio della bontà. Dino Buzzati e don Zeno Saltini: cronaca di un’amicizia, Ibiskos editrice Risolo, Empoli 2010, che racconta la storia dei loro incontri, scambi e influenze intellettuali. Buzzati scrive ancora di Nomadelfia negli anni Cinquanta (L’esempio di Nomadelfia. Paura della bontà, in “Corriere di informazione”, 16 o 17 marzo 1950 [controllare data]; Porta vietata ai diavoli sul Corso Vittorio Emanuele, in “Corriere della Sera, 20 aprile 1951; Dovrà Nomadelfia emigrare all’estero?, in “Corriere della Sera”, 7 dicembre 1951; Il caso Nomadelfia, in “Corriere della Sera”, 12 febbraio 1952) e negli anni Sessanta (L’usignolo di Nomadelfia, in “Corriere della Sera”, 30 maggio 1965 e Se Nomadelfia fosse all’estero, in “Corriere della Sera”, 30 novembre 1965). All’inizio degli anni Cinquanta il sostegno di Buzzati a Nomadelfia viene criticato dallo scrittore Vitaliano Brancati e dallo stesso direttore del “Corriere” Mario Missiroli come si evince da una lettera della contessa Albertoni Pirelli a Buzzati (10 aprile 1952) pubblicata da Sara Di Santo Prada, Il coraggio della bontà, cit., pp. 96-97.
Tra le figure del giornalismo e del mondo letterario che in quegli anni scrivono su don Zeno e Nomadelfia vanno ricordate perlomeno Oriana Fallaci e Camilla Cederna. Fallaci racconta su “Epoca” dell’incontro con don Zeno al Tribunale di Bologna dopo la sentenza che condanna Nomadelfia (Nella casa di don Zeno una piccola Nomadelfia, in “Epoca”, 6 dicembre 1952) mentre Cederna ne scrive su “L’Europeo” qualche anno prima (Una madre bionda ad ogni ragazzo abbandonato, in “L’Europeo”, 13 novembre 1949) per tratteggiare il modello di famiglia e di società che emerge da Nomadelfia e dalla figura di don Zeno, per poi ritornarci in Sono stata in casa di Elena ( “L’Europeo”, 26 novembre 1952) nel periodo del processo al sacerdote e raccontare della solidarietà espressa da Elena di Montenegro e Umberto III (ma di Nomadelfia la giornalista scrive ancora negli anni Sessanta: I sette santi di Nomadelfia, in “L’Europeo”, 21 gennaio 1962 e Il lato debole, in “L’Europeo”, 26 dicembre 1965).
Enzo Biagi lo colloca tra i suoi amici e lo considera uno dei tre rivoluzionari dell’Italia del Novecento, insieme a don Milani e a don Mazzolari (insomma tre preti) (Michele Brambilla, Gente che cerca. Interviste su Dio, Ancora, Milano, 2002, p. 24). Nella sua attività giornalistica incontra questo “prete scomodo” (Enzo Biagi, Era ieri, a cura di Loris Mazzetti, Rizzoli, Milano 2005, p. 61) due volte: nel 1962 realizzando un servizio per il telegiornale sulla seconda prima messa di don Zeno e l’anno dopo quando realizza per la Rai il reportage Italia proibita. Ma tra i suoi ricordi vi è anche quello di aver ottenuto un milione di lire da Angelo Rizzoli per aiutare Nomadelfia e don Zeno (Enzo Biagi, Lettere d’amore a una ragazza di una volta, Rizzoli, Milano, 2003, p. 141). Corrado Alvaro dedica un ritratto vivacissimo a don Zeno (Un poco d’amore, già comparso su “La Stampa” il 1 aprile 1951) nel suo viaggio-itinerario romano in Roma vestita di nuovo, Bompiani, Milano, 1957.
Tra le figure religiose che maggiormente sono state vicine a don Zeno e a Nomadelfia vi è certamente padre David Turoldo, considerato da Buzzati una specie di Ministro degli esteri di Nomadelfia (Porta vietata ai diavoli sul Corso Vittorio Emanuele, in “Corriere della Sera, 20 aprile 1951). da Mariangela Maraviglia, Padre David Maria Turoldo e la “città dell’utopia salvatrice”, in Enrico Galavotti, Federico Ruozzi (a cura di), In santità ostinata e contraria. Don Zeno e i matti di Dio, il Mulino, Bologna, 2018, p. 104 lo definisce invece un suo Ministro delle finanze. Questo volume ricostruisce il rapporto tra i due preti, tema sul quale si può anche vedere la sintesi di Susanna Scifoni, Padre David, don Zeno e Nomadelfia, in Raffaella Beano (a cura di), Il fuoco della parola. David Maria Turoldo (1916-1992), Servitium, Milano, 2017). Come scrive il sacerdote in una lettera al cardinale Schuster, Nomadelfia è “un esempio di come si può prendere il Vangelo alla lettera” e “una smentita contro quelli che pensano che la parola di Gesù sia un’utopia” (Ivi, p. 102). Ma Maraviglia sottolinea anche il delicato equilibrio tra Zeno e Turoldo, e le difficoltà di un rapporto in cui quest’ultimo si dimostra spesso critico verso la faciloneria del primo nell’uso del denaro e verso il suo progetto politico, cercando di avere un ruolo moderatore anziché arrivare ad allontanarsi come Dolci o a assumere una presa di distanza come don Mazzolari (si vedano anche le due lettere che scrive dopo gli attacchi a Non siamo d’accordo, cit. in Primo Mazzolari, Lettere a un amico, La Locusta, Vicenza, 1976). Posizione di sostegno che costa a padre Turoldo, dopo la fine dell’esperienza di Nomadelfia e la dura condanna della Chiesa, l’”esilio” in Austria, segno anche di una divaricazione dei rapporti e delle idee che non avrebbero consentito più un loro incontro (sull’episodio vedere il ricordo della nipote Annamaria Turoldo, Ricordi familiari su David, in David Maria Turoldo, Ernesto Balducci, La terra non sarà distrutta. L’uomo inedito la salverà, a cura di Luigi Giario, Teresella Parvopassu, Raffaella Bellucci Sessa, Gribaudi, Milano, 2002). Un ampio capitolo (“Gli anni di Nomadelfia”) è dedicato da Mariangela Maraviglia nella biografia David Maria Turoldo. La vita, la testimonianza (1916-1992), Morcelliana, Brescia, 2016) sulla base soprattutto dell’ampio carteggio tra i due conservato nell’Archivio di Nomadelfia e parzialmente pubblicato. Analogamente si veda il capitolo “Nomadelfia: persecuzione e crisi” in Giovanni Sesso, Un Dio per l’uomo. Cenni biografici e pensiero di padre David Maria Turoldo, Campanotto, Pasian di Prato (UD), 2008.
Dopo il suo allontanamento da Nomadelfia Turoldo ricorda anche il cauto incoraggiamento del cardinale Montini alla carità verso i bambini affamati (David Maria Turoldo, Amare, Edizioni Paoline Roma, 1986, p. 103). Del legame tra don Zeno e padre Turoldo parla anche Michele Ranchetti, Non c’è più religione. Istituzione e verità nel cattolicesimo italiano del Novecento, Garzanti, Milano, 2003 che costruisce un’analisi a partire dall’importanza di Nomadelfia come esempio di una pratica e di una vocazione che si incarna nei bisogni delle persone – ma anche del rapporto tra obbedienza e libertà, tra fede e libertà – e di una carità dei poveri contrapposta alla carità dei ricchi (quelli della Milano che Turoldo frequenta e conosce). Ranchetti racconta anche del suo viaggio, con padre Turoldo, a Nomadelfia, quando ancora si trova a Fossoli, e di uno dei “gesti liturgici più alti che abbia mai veduto” (p. 102), ossia la croce tracciata sul corpo e la consegna alla nuova madre – nel silenzio di tutti – di ogni nuovo orfano giunto nella comunità. Nel suo testamento spirituale, Turoldo ricorda come a Nomadelfia avesse pensato come a “una proposta per l’Ordine intero” e aggiunge: “È andata come è andata. Una cosa di cui io ho stentato a guarire: quasi che una certa Chiesa, proprio essa, a un certo punto impedisca di vivere il vangelo” (David Maria Turoldo, Il fuoco di Elia profeta, a cura di Elena Gandolfi Negrini, Piemme, Casale Monferrato, 1993, p. 286). Alcuni ricordi su Nomadelfia sono anche in David Maria Turoldo, La mia vita per gli amici, a cura di Maria Nicolai Paynter, Mondadori, Milano, 2002: l’organizzazione dell’incontro tra don Zeno e il cardinale Schuster, l’importanza della Corsia dei Servi nella battaglia in difesa della comunità di Fossoli (su cui si veda anche Daniela Saresella, David M. Turoldo, Camillo De Piaz e la Corsia dei Servi di Milano (1943-1963), Morcelliana, Brescia, 2008 e Graziano Maria Casarotto, Davide Maria Montagna, I Servi di Santa Maria e la prima esperienza di Nomadelfia, 1949-1952, Convento dei Servi in San Carlo, Milano, 1996), il ruolo del cardinale Ottaviani, la sua rimozione da Milano appunto per l’appoggio a Nomadelfia e il divieto a incontrare don Zeno; e Turoldo scrive che la ragione del suo scioglimento “era che si aveva paura del Vangelo” (p. 89), non nel predicarlo ma nel praticarlo, e in quanto “la Chiesa si sentiva ‘giudicata’ dalla gente per causa di Nomadelfia” (p. 91). Questi aspetti si trovano anche in Maria Nicolai Paynter, Perché verità sia libera. Memorie, confessioni, riflessioni e itinerario poetico di David Maria Turoldo, Rizzoli, Milano, 1994.
Altra figura importante di religioso è padre Giovanni Vannucci, legato a sua volta a padre Turoldo, il cui rapporto con don Zeno è ricostruito da Riccardo Saccenti, Il sogno di santità e l’imposizione del chiostro: Giovanni Vannucci e l’esperienza di Nomadelfia, in Enrico Galavotti, Federico Ruozzi (a cura di), In santità ostinata e contraria. Don Zeno e i matti di Dio, il Mulino, Bologna, 2018. Il saggio ricostruisce, nell’ambito del suo progetto di riforma della Chiesa, il tentativo fallito di Vannucci di aprire una comunità di Servi di Maria a Nomadelfia e di trasferirvi una forma di vita monastica quanto di una radicale adesione al Vangelo, progetto ostacolato dal generale dell’ordine nella fase peraltro di maggiore e crescente ostilità delle gerarchie ecclesiastiche nei confronti di don Zeno e della sua comunità. Saccenti ricostruisce anche il successivo ripensamento e allontanamento del servita da don Zeno e dal modello di cristianesimo realizzato a Nomadelfia, non privo di contraddizioni. Sul periodo in cui si realizza quel trasferimento a Nomadelfia, si veda anche Danilo Sartor, Solo un frate servo di tutti. Per una biografia di padre Andrea Cecchin, Edizioni Paoline, Milano 2008.
Ampi riferimenti al rapporto con don Zeno e Nomadelfia si trovano nelle lettere tra Sorella Maria e Vannucci raccolte nel volume. Si veda anche, sulla sua esperienza a Nomadelfia, Massimo Orlandi, Giovanni Vannucci custode della luce, Romena, Pratovecchio (AR), 2004.
Sorella Maria, Giovanni Vannucci, Il canto dell’allodola. Lettere scelte (1947-1961), a cura di Paolo Marangon, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, Magnano (Bi), 2006); ma anche nelle lettere della suora con don Mazzolari, anche essere raccolte in volume: Sorella Maria di Campello, Primo Mazzolari, L’ineffabile fraternità. Carteggio (1925-1959), introduzione e note a cura di Mariangela Maraviglia, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, Magnano (Bi), 2007.
Ernesto Balducci ne offre un profilo affettuoso (Ernesto Balducci, Testimoni di speranza per una diversa umanità possibile, a cura di Andrea Cecconi e Gian Franco Riccioni, Fiesole, Fondazione Ernesto Balducci, 2004) caratterizzato dal riconoscimento di una forte polarità comportamentale, da una convinzione profonda nei suoi ideali, da una ruvidezza quanto schiettezza di atteggiamenti e soprattutto dalla capacità di tenere insieme la fedeltà al suo ideale e alla Chiesa con quella che chiama “fedeltà inventiva” (p. 52) attraverso un percorso tutt’altro che lineare in cui le gerarchie ecclesiastiche, pur contrastandolo, hanno “sempre riconosciuto in lui la pericolosa genialità dell’amore” (p. 50).
Va tuttavia ricordato che l’ampio carteggio conservato a Nomadelfia è in grado, se studiato in modo analitico, di far emergere molte altre figure che hanno segnato il percorso di Nomadelfia e del suo fondatore.
Le vicende giudiziarie e la chiusura
Un’analisi estremamente precisa, che ricostruisce la storia della comunità e mette in luce la complessa rete di motivazioni che porta alla sua crisi è quella svolta da Geno Pampaloni, Michele Ranchetti, L’esperienza di Nomadelfia, in “Comunità”, n. 14, giugno 1952 (in forma più sintetica e attenta soprattutto all’attualità Geno Pampaloni, Michele Ranchetti, Uno scandalo cristiano. “Nomadelfia come l’adultera”, in “Il Mondo”, 26 luglio n. 4, 1952). I due intellettuali sottolineano come Nomadelfia sia un’esperienza religiosa e assai meno sociale o politica (sebbene i risultati con l’infanzia abbandonata siano eccezionali e sebbene Grosseto costituisca secondo loro il punto più coerente e avanzato dal punto di vista organizzativo). Ma proprio per questo, nel suo porsi come proposta rivoluzionaria nell’incarnare il Vangelo, nel voler essere testimonianza mai silenziosa e nel modificare il rapporto sia tra clero e popolo sia tra laicato e clero, ha trovato la rigorosa opposizione delle gerarchie cattoliche: “In tal senso l’opposizione a Nomadelfia delle autorità politiche va intesa come direttamente ispirata da quelle religiose (anche se si può forse considerare l’opposizione personale del ministro Scelba)” (p. 31). Se dunque viene sottolineata la forza e l’originalità etica della comunità di don Zeno, tuttavia viene espunto ogni valore sociale e politico, che probabilmente il mondo olivettiano – a cui i due intellettuali appartengono – ritiene appartenere solo alla propria proposta comunitaria, per altri versi di rottura e di ripensamento del mondo non totalmente distante da quella di Nomadelfia. Per una ricostruzione del contesto e del percorso degli autori degli articoli, si veda Fabio Milana, A proposito dell’inchiesta di “Comunità” su Nomadelfia (1952), in Enrico Galavotti, Federico Ruozzi (a cura di), In santità ostinata e contraria. Don Zeno e i matti di Dio, il Mulino, Bologna, 2018. La vicenda viene analiticamente ricostruita anche da Remo Rinaldi, Storia di don Zeno e Nomadelfia, cit.
Le posizioni di Mario Scelba come ministro dell’Interno, all’interno della Democrazia cristiana e le sue posizioni ideologiche sono ricostruite nel volume P. L. Ballini (a cura di), Mario Scelba. Contributi per una biografia, Rubbettino- Istituto Luigi Sturzo, Soveria Mannelli-Roma, 2006 (e in particolare nei saggi di Augusto D’Angelo, Scelba e la DC e di Piero Craveri, Mario Scelba, la questione comunista e il problema della Democrazia Cristiana). Per un profilo biografico, Giuseppe Carlo Marino, La repubblica della forza: Mario Scelba e le passioni del suo tempo, FrancoAngeli, Milano, 1995. Secondo Antonio Saltini (Don Zeno. Il sovversivo di Dio, cit.) un incontro tra don Zeno e Scelba avverrebbe già nella Roma appena liberata in una trattoria dove il sacerdote gli urla che non può usurpare il nome della Democrazia cristiana. E a Scelba cadrebbero gli spaghetti, sebbene il ricordo non sembra avere fonti significative a sostegno. Per una ricostruzione delle posizioni del ministro su Nomadelfia e soprattutto nei confronti del Movimento politico costruito da don Zeno, si veda Paolo Trionfini, Don Zeno e la vita politica italiana (1940-1962), in Maurilio Guasco, Paolo Trionfini (a cura di), Don Zeno e Nomadelfia, cit. Maria Giovanna Albertoni Pirelli (Atti e documenti di Nomadelfia, Settembre 1951-23 marzo 1952, Amici di Nomadelfia, 1952) sostiene che sia Scelba a dirle espressamente che c’è un accordo tra Santa Sede e governo italiano per mettere fine all’esperienza di Nomadelfia. Sui tentativi di don Zeno di spostare la posizione della Dc e del governo, così come quella della Chiesa, verso le sue idee, cfr. l’analisi di alcune lettere che fa si veda Paolo Trionfini, Don Zeno e la vita politica italiana (1940-1962), in Maurilio Guasco, Paolo Trionfini (a cura di), Don Zeno e Nomadelfia, cit. e soprattutto le pagine di Non siamo d’accordo, cit. pubblicato alla vigilia delle elezioni del 1953, un libro che “rappresentava una forte ed aspra denuncia, certamente sbilanciata nella pars destruens, ma ugualmente riconducibile ai cespiti del ‘pensiero politico’ saltiniano di strutturale sfiducia nei confronti dei partiti” (Id., p. 284).
Un ruolo importante nel tentativo di sostenere Nomadelfia nelle sue diverse crisi e in particolare nell’ultima fase di esistenza a Fossoli è Maria Giovanna Albertoni Pirelli, appoggiata dal padre Alberto, sebbene non con poche preoccupazioni sugli errori finanziari di don Zeno e sulla possibilità che venga utilizzato impropriamente il nome della famiglia. Su questo si vedano le due lettere (2 giugno 1950 e 29 maggio 1952) pubblicate in Alberto e Giovanni Pirelli, Legami e conflitti. Lettere 1931-1965, Archinto, Milano, 2002. Mantiene il proprio appoggio a don Zeno e Nomadelfia anche l’imprenditore e banchiere Giuseppe Vismara, già attivo nel secondo dopoguerra quando collabora prima alla creazione della Città dei ragazzi a Modena nel 1947, poi finanziando appunto la comunità di Nomadelfia (Alessandro Scurani, Peppino Vismara un imprenditore cristiano, Credito Artigiano, Milano, 1993).
I sostenitori dell’esperienza di Nomadelfia mantengono e spesso rafforzano le proprie posizioni di fronte agli attacchi che la comunità e don Zeno conoscono da una parte del governo e delle gerarchie ecclesiastiche. Non tutti i sostenitori comunque mantengono un intransigente appoggio per don Zeno ma vi è anche chi esprime preoccupazioni per la gestione di Nomadelfia, per i comportamenti e le parole di don Zeno, ma anche per la volontà delle gerarchie ecclesiastiche di mettere fine a quella esperienza. È il caso di don Mazzolari che si esprime in questi termini nelle sue lettere a Maria De Giorgi (Primo Mazzolari, Diario 25 aprile 1945-31 dicembre 1950, a cura di Giorgio Vecchio, V, EDB, Bologna 2015). In modo positive, proprio nell’anno della chiusura, Guido Piovene ne accenna nel suo Viaggio in Italia (Guido Piovene, Viaggio in Italia, Baldiin & Castoldi, Milano, 1993 (1a ed. Mondadori, 1957), parlando della famiglia Saltini come “famiglia di apostoli” e di Nomadelfia come esempio di un “comunismo emiliano che ha un fondo fideistico” e quindi “terra delle accensioni religiose”.
Le modalità con cui viene attuata la liquidazione coatta amministrativa della comunità di Nomadelfia sono criticate da un punto di vista giuridico – nel metodo appunto non nelle motivazioni – da Walter Bigiavi, Vicende giudiziarie di Nomadelfia, in “Giurisprudenza italiana”, 1953, Disp. 2a, Parte IV (poi in Studi in memoria di Benvenuto Donati, Facolta di Giurisprudenza della Università di Modena. Zanichelli, Bologna, 1954).
Il punto di vista della Comunità viene sintetizzato in una pubblicazione curata dagli Amici di Nomadelfia (Atti e documenti di Nomadelfia, a cura degli “Amici di Nomadelfia”, settembre 1951 23 marzo 1952) che è introdotta da una ricostruzione della vicenda a partire dall’allontanamento di don Zeno per ordine del Sant’Uffizio fino all’assemblea della Comunità nel marzo 1952 che prende atto della grave situazione finanziaria e chiede al governo di intervenire. Seguono poi una serie di documenti dal 1949 al 1952: dai discorsi dell’arcivescovo di Milano Schuster (1949) e del Nunzio Apostolico Borgoncini Duca (1950) a sostegno dell’esperienza di Nomadelfia alle dichiarazioni del ministro dell’Interno Scelba (1951), dai comunicati di don Zeno per informare le mamme e i babbi della comunità e per rispondere a Scelba (1951 e 1952) ai documenti prodotti dall’assemblea di Nomadelfia sulla situazione amministrativa (1951 e 1952), fino alle relazioni della contessa Albertoni Pirelli sulla creazione di una commissione tecnico-finanziaria (1952) e del senatore Medici sulla sistemazione prevista per la città (1952). Un accenno alla sospensione a divinis si trova in Mario Cuminetti, Il dissenso cattolico in Italia, Rizzoli, Milano, 1983.
L’allontanamento di don Zeno da Nomadelfia nel febbraio 1952, di poco successivo alla partenza di Danilo Dolci per la Sicilia, viene considerato, nelle varie ricostruzioni storiche sul pensiero e l’azione cattolica del dopoguerra, all’interno di un processo di chiusura delle gerarchie vaticane che prendono avvio dall’estromissione di quattro salesiani dalla Scuola di cultura e formazione sociale per il clero in seguito ai loro interventi alla Settimana sociale tenutasi a Torino nel settembre 1952 (Lorenzo Bedeschi, Cattolici e comunisti. Dal socialismo cristiano ai cristiani marxisti, Feltrinelli, Milano, 1974, pp. 167-168). I vari passaggi che determinano l’allontanamento di don Zeno e le conseguenze personali sono raccontati da Remo Rinaldi, Storia di don Zeno e Nomadelfia, cit. Sulla posizione e il conflitto interiore del vescovo Dalla Zuanna in questa circostanza, cfr. Antonio Maria Gualdi, Vescovo a Carpi, in Sua Eccellenza Reverendissima Monsignor Virgilio Federico Dalla Zuanna, Curia Provinciale dei FF. MM. Cappuccini, Venezia-Mestre, 1957.
Nella fase finale della storia fossoliana di Nomadelfia sono molte le prese di posizione pubbliche, su giornali e riviste in particolare (e per questo rimandiamo all’elenco degli articoli pubblicati). Sebbene non sia una presa di posizione pubblica significativa che Luigi Santucci e Angelo Romanò dedichino il loro volume Chi è costui che viene? (Mondadori, Verona, 1953) a don Zeno e scrivano nella prefazione: “Il Vangelo, invece, nel 1953 è piuttosto un libro profetico. Il cristianesimo è appena cominciato”. Turoldo ha sottolineato che la chiusura di Nomadelfia non avviene né esclusivamente per ragioni politiche né economiche, bensì: “La ragione era invece che si aveva paura del Vangelo. Perché si può e si deve predicare il Vangelo ma praticarlo è sempre un rischio, è sempre un pericolo. Il Vangelo bisogna dosarlo, tenerlo sotto controllo!” (David Maria Turoldo, Ernesto Balducci, La terra non sarà distrutta. L’uomo inedito la salverà, a cura di Luigi Giario, Teresella Parvopassu, Raffaella Bellucci Sessa, Gribaudi, Milano, 2002, p. 25). Un ruolo significativo della chiusura di Nomadelfia, insieme ad altri eventi (come l’estromissione di quattro salesiani dalla Scuola di formazione sociale e di cultura del clero dopo i loro interventi alla Settimana sociale di Torino nel settembre 1952) nell’alimentare il disagio della Sinistra cristiana negli anni Cinquanta lo sottolinea Lorenzo Bedeschi, La Sinistra cristiana e il dialogo con i comunisti, Guanda, Parma, 1966.
Sulla chiusura di Nomadelfia a Fossoli, oltre a Non siamo d’accordo, si vedano Beatrice Matano, Vita di Nomadelfia, cit.; Norina Galavotti, Mamma a Nomadelfia, cit.; Atti e documenti di Nomadelfia, a cura degli “Amici di Nomadelfia”, cit. Una breve testimonianza dell’arrivo dei carabinieri a Nomadelfia e della fine della propria permanenza – il testimone ha otto anni, viene prelevato a forza e portato in un collegio vicino a Varese – si trova in Alfredo Toti, Il Selvaggio della Maremma. Dalla Svizzera con amarezza, Edizioni Il Fiorino, Modena, 2010. Tra coloro che accolsero i bambini e ragazzi di Nomadelfia a Fossoli dopo la sua chiusura forzata c’è Don Elio sul quale si veda Don Elio. Uomo del dialogo. Nella carità, nella libertà e nella fedeltà alla Chiesa, La Voce, Perugia 2016. Sul processo a don Zeno, oltre alla ricca produzione giornalistica nei giorni delle udienze bolognesi, si vedano anche le lettere di don Zeno (Lettere da una vita, cit.), Remo Rinaldi, Storia di don Zeno e Nomadelfia, cit. e Angelo Falvo, Caleidoscopio 1950-1959, in Italia ventesimo secolo, Selezione del Reader’s Digest 1985, Milano. Una netta difesa di don Zeno viene pubblicata nell’opuscolo Luparello, Ha torto o ragione Don Zeno?, Edizioni Agai, Bologna, 1953 in cui l’autore dà ragione al sacerdote per a sua adesione ai valori e alla pratica del Vangelo, gli dà torto per gli errori amministrativi (pur ritenendo che sia stata la volontà politica ed ecclesiastica a decidere della chiusura di Nomadelfia), per il disordine morale che rischia di diffondere, per l’eccesso di ottimismo nella natura umana.
Sulla liquidazione, fisica e poi economica, di Nomadelfia, lo spostamento a Grosseto, la successiva laicizzazione di don Zeno (su questo aspetto in particolare, cfr. Giancarlo Capecchi, Don Franco il prete di Maremma, Editrice “il mio Amico”, Roccastrada, 2015 e Ottolini, Umberto M., Un campanile… e tante storie, Viterbo, Agnesotti, 2000) e in generale per una ricostruzione delle vicende successive di Nomadelfia, rinviamo alla cronaca di Remo Rinaldi, Storia di don Zeno e Nomadelfia, cit. e ai titoli di carattere generale sulla storia della comunità ricordati nella prima sezione di questa bibliografia ragionata.
Anni 40
1940: Don Zeno Saltini, Tra le zolle, Nomadelfia edizioni (Ristampa 2002).
1941: Don Zeno Saltini, I due regni, Nomadelfia edizioni (Ristampa 2002).
1944: Don Zeno Saltini, Ai cari confratelli, Roma, Tipografia Guerra.
1944: Don Zeno Saltini, Alle radici, Fondazione Nomadelfia (Ristampa 2002).
1945: Don Zeno Saltini, La rivoluzione sociale di Gesù Cristo, Nomadelfia edizioni (Ristampa 2002).
1946: I Padri di Famiglia Piccoli Apostoli, Per l’Umana Solidarietà, S. Giacomo Roncole.
1946: Don Zeno Saltini, Primo Congresso dei sacerdoti Piccoli Apostoli, S. Giacomo Roncole.
1948: Giacomo Lampronti, Mio fratello Odoardo, L’Avvenire d’Italia, Bologna.
1948: Don Zeno Saltini, Nomadelfia, Tipografia Tumminelli, Roma.
Anni 50
1950: Educazione e società. Relazioni e comunicazioni al Congresso Nazionale di Pedagogia, La Scuola.
1950: Le chiese di Roma. A beneficio dei piccoli apostoli di Nomadelfia, Roma.
1950: Ministero della Pubblica istruzione, La ricostruzione della scuola italiana, Roma.
1951: Maria Giovanna Albertoni Pirelli, Molte strade una casa, La Scuola, Brescia.
1951: Discorso di don Zeno sulla cultura, a cura degli Amici di Nomadelfia (Ristampa 1985).
1951: Danilo Dolci, Voci nella città di Dio, Società Editrice Siciliana, Mazara.
1951: Questa è Nomadelfia. Relazione inviata al Governo Italiano, 23 agosto 1951.
1951: Don Zeno Saltini, Dopo venti secoli, Nomadelfia edizioni (Ristampa 2002).
1952: Atti e documenti di Nomadelfia, a cura degli “Amici di Nomadelfia” (settembre 1951 – marzo 1952).
1952: Mondo Cattolico, a cura di Luigi Cambise, Editrice “Domani”, Roma.
1952: Geno Pampaloni, Michele Ranchetti, L’esperienza di Nomadelfia e Uno scandalo cristiano, in “Comunità” e “Il Mondo”.
1953: Walter Bigiavi, Vicende giudiziarie di Nomadelfia, in “Giurisprudenza italiana”.
1953: G. Paolo Feltri, Don Elio Monari, Comitato Onoranze D.E.M., Modena.
1953: Luparello, Ha torto o ragione Don Zeno?, Editrice Agai, Bologna.
1953: Don Zeno Saltini, Non siamo d’accordo, Nomadelfia edizioni (Ristampa 2002).
1953: Luigi Santucci, Angelo Romanò, Chi è costui che viene?, Mondadori, Verona.
1954: Maria Giovanna Albertoni Pirelli, Togliete la pietra, Edizioni Corsia dei Servi, Milano.
1955: Danilo Dolci, Banditi a Partinico, Laterza, Bari.
1955: Nomadelfia, in Dizionario Ecclesiastico, vol. II, Utet, Torino.
1955: Don Zeno, Introduzione alla pedagogia di Nomadelfia. Pedagogia evangelica.
1956: Armando Bozzoli, Nella vita di tutti, Feltrinelli, Milano.
1956: Danilo Dolci, Poesie, Canevini Editore Milano.
1956: Roberto Mazzetti, Memorie di Don Zeno e di Nomadelfia, Parma, Guanda.
1956: Don Zeno Saltini, L’uomo è diverso, Edizioni di Nomadelfia (Ristampa 1999).
1956: Don Zeno Saltini, Sete di giustizia, Nomadelfia edizioni (Ristampa 2002).
1957: Corrado Alvaro, Roma vestita di nuovo, Bompiani, Milano.
1957: Guido Piovene, Viaggio in Italia, Mondadori (poi Baldini & Castoldi 1993).
1958: Aldo Capitini, Danilo Dolci, Lacaita Editori, Manduria.
1958: Nomadelfia, in Dizionario Enciclopedico Italiano, vol. VIII, Roma.
1958: Giovanni Saltini, Ricordi di Mamma Nina, Modena, Edizioni Paoline.
1959: Saltini, Zeno, in Dizionario Enciclopedico Italiano, vol. X, Roma.
Anni 60
1965: Gian Franco Elia, Nomadelfia, una comunità di tipo familiare, in “Rivista di sociologia”.
1965: Giovanni Negrelli, Note sull’attività svolta da un ufficiale delle brigate «Italia», Mirandola.
1965: Saltini Zeno, in Enciclopedia Pomba per le famiglie, Utet, vol. 5.
1966: Sante Bartolai, Da Fossoli a Mauthausen, Istituto storico della Resistenza, Modena.
1966: Lorenzo Bedeschi, La Sinistra cristiana e il dialogo con i comunisti, Guanda, Parma.
1966: Carpi e il carpigiano, Editrice Alfa, Carpi.
1966: Elio D’Aurora, Fatima salvezza del mondo, Edizioni Messaggero, Padova.
1967: Mirco Campana, La Punta, in Rassegna dell’Istituto Storico della Resistenza.
1968: Danilo Dolci, Inventare il futuro, Laterza, Bari.
1969: Edoardo Balduzzi, Alessandro Maderna, Considerazioni psico-sociali sulla comunità di Nomadelfia.
1969: Comunità dell’Isolotto, Incontro a Gesù, L.E.F., Firenze.
Anni 70
1970: Vittoria Fabretti, I cattolici e la contestazione in Italia, Fossano.
1970: Sira Serenella Macchietti, Saltini, Zeno, in Enciclopedia Italiana della Pedagogia.
1970: Nomadelfia, in Grande dizionario UTET, vol. XIII.
1970: Liviero Pierantozzi, I cattolici nella Storia d’Italia, vol. II, Milano.
1970: Pino Quartana, Quando a scuola c’è il dialogo, Città Nuova, Roma.
1971: Beatrice Matano, Vita di Nomadelfia, Armando Editore, Roma.
1971: Don Zeno Saltini, L’esperienza di Nomadelfia, in Il matrimonio, Edizioni Paoline.
1972: Dino Buzzati, L’usignolo di Nomadelfia, in Cronache terrestri, Mondadori.
1973: Alberto Barbieri, Carpigiani Illustri, vol. I, Modena.
1973: Mario Delle Piane, Aldo Capitini, lettere per Nomadelfia, in “Il ponte”.
1973: Franca Gorrieri, La Resistenza nella Bassa Modenese, Teic, Modena.
1973: Erminia Sempio Rossi, Eugenio Fornasari, Mamme di oggi, Edizioni Paoline.
1974: Lorenzo Bedeschi, Cattolici e comunisti, Feltrinelli, Milano.
1974: Danilo Dolci, Poema umano, Einaudi, Torino.
1974: L’Emilia Romagna, a cura di Cantelli e Guglielmi, Teti, Milano.
1974: Don Zeno Saltini, Dirottiamo la storia del rapporto umano, Pro manoscritto.
1975: Sandro Bianchi, Gli estremisti di centro, Guaraldi editore, Firenze.
1975: Andrea Canevaro, La pedagogia cristiana oggi, La Nuova Italia, Firenze.
1975: Canova, Gelmini, Mattioli, Lotta di liberazione nella Bassa Modenese, A.N.P.I.
1975: L’Emilia Romagna nella guerra di liberazione, voll. II e IV, De Donato, Bari.
1975: Germano, I ribelli. Treint’an fa làsò in muntagna, Modena.
1975: Intellettuali cattolici tra riformismo e dissenso, Edizioni di Comunità, Milano.
1975: Don Zeno Saltini, Pover putein!, in Sì o No all’aborto?, Ed. Paoline.
1976: Pietro Alberghi, Giacomo Ulivi e la resistenza a Modena e a Parma, TEIC.
1976: Luigi Arbizzani (a cura di), Azione operaia, contadina, di massa, De Donato, Bari.
1976: Giuseppe Belotti, La concezione educativa di “Nomadelfia”, Tesi di laurea, Roma.
1976: Giuseppe Belotti, La comunità familiare di Nomadelfia, LAS, Roma.
1976: Daniele Bettenzoli, Nomadelfia utopia realizzata?, Celuc libri, Milano.
1976: Roberto Mazzetti, Lettera a don Zeno. Nomadelfia ed etica sessuale, Napoli.
1976: Primo Mazzolari, Lettere a un amico, La Locusta, Vicenza.
1977: Teresio Bosco, Il mondo mia patria, SEI, Torino.
1977: Fossoli, in Capire Duemila, vol. 6, Fratelli Fabbri, Milano.
1977: Norberto Galli, Pedagogia della coeducazione, La Scuola, Brescia.
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1977: Mario Pancera, I nuovi preti, Sperling & Kupfer, Milano.
1977: Gregorio Penco, Storia della Chiesa in Italia, vol. II, Jaca Book.
1977: Giacinto Spagnoletti, Conversazioni con Danilo Dolci, Mondadori.
1978: Carlo Bellò, Primo Mazzolari. Biografia e documenti, Queriniana, Brescia.
1978: Carpi come rideva. Raccolta dai giornali umoristici, Carpi.
1978: Alcide Palmati, L’uomo nel tempo, Piccolo Mondo Antico, Carpi.
1979: Antonio Bellini, La Chiesa di Carpi dal secolo VIII al secolo XX, Carpi.
1979: 1952. Nomadelfia: l’illusione di un povero cristiano, in Ieri, vol. I, COGED.
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Anni 80
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1982: Colli, Garuti, Pelloni, Carpi l’anima della città, Artioli, Modena.
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1982: Domenico Mondrone, I santi ci sono ancora, vol. VII, Roma.
1982: Nomadelfia e Saltini Zeno, in La nuova enciclopedia universale, Garzanti.
1982: Nomadelfia un popolo nuovo, Edizioni di Nomadelfia, Grosseto.
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1989: Dimidia hora, Nomadelfia.
Anni 90
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2014: Giuseppe Pederiali, Il monastero delle consolatrici, Garzanti.
2014: Mario Sgarbossa, Storie d’amore e di guerra, Ancora.
2015: Giancarlo Capecchi, Don Franco il prete di Maremma, Roccastrada.
2015: Olga Focherini, “Questo ascensore è vietato agli ebrei”, EDB, Bologna.
2015: Primo Mazzolari, Diario 1945-1950, vol. V, EDB, Bologna.
2016: Don Roberto A.M. Bertacchini, Il carisma dell’unum in don Zeno, Roma.
2016: Don Elio. Uomo del dialogo, La Voce, Perugia.
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2016: Francesco Matterazzo, La trasformazione del campo di Fossoli in Nomadelfia, Modena.
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2017: Remo Rinaldi, Un’antipolitica cattolica. I movimenti politici di don Zeno, Cantagalli.
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Anni 2020
2021: Emilio Andreoli, In un vecchio archivio. San Giacomo Roncole, Mirandola.
2021: Marco Grifo, Le reti di Danilo Dolci, FrancoAngeli, Milano.
2021: Nomadelfia. Un’oasi di fraternità, fotografie di Enrico Genovesi, Crowdbooks.
2022: Martini, Rolandi, Danilo Dolci. La via pacifica al cambiamento, Torino.
Senza data
- Roberto Mazzetti, Don Lorenzo Milani e don Zeno Saltini fra contestazione e anticontestazione, Napoli.